Eliminare l’alternanza della produzione si può (e si deve)!

Gocce d'olio: la rubrica di Marco Antonucci
Gocce d'olio
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Comprereste mai un albero che produce frutti un anno sì e un anno no? Nell’olivicoltura questa sembra essere la normalità! Ma vi è la a possibilità di ridurre – se non eliminare – l’alternanza di produzione?
L’alternanza di produzione può essere innescata a seguito dell’incremento delle rese produttive che avviene nei primi anni di fruttificazione, oppure può essere indotto dalle condizioni climatiche avverse, per esempio gelate tardive, eccessiva piovosità o condizioni di siccità durante il periodo di fioritura che danneggiano i fiori e riducono l’impollinamento. Oppure ancora da patogeni o parassiti, o dagli interventi agronomici attuati dall’uomo quali l’irrigazione, la concimazione e la potatura.
Vediamo alcuni esempi concreti di campo: è dimostrato che l’irrigazione durante il periodo di fioritura e primo sviluppo del frutto favorisce l’accrescimento della drupa anche in condizioni di elevata carica produttiva. Sebbene un adeguato apporto di elementi nutritivi sia importante per assicurare produzioni costanti nel tempo, dopo un’annata di carica le concimazioni azotate andrebbero limitate perché sovente inducono a un eccessivo sviluppo del verde rispetto ai frutti. In fase di potatura è sostanziale valutare l’intensità del taglio che deve essere calcolata in base al raccolto dell’anno precedente, perché dopo una stagione di bassa produzione è consigliabile effettuare una potatura più energica, magari riprendendo anche i tagli lasciati in sospeso l’anno precedente al fine di stimolare l’attività vegetativa che diversamente sarebbe limitata dalla presenza di un elevato carico di frutti sulla chioma. Mentre con una stagione di grande produzione è bene ridurre l’intensità della potatura effettuando solo i tagli indispensabili perché una potatura severa potrebbe stimolare ulteriormente l’attività vegetativa a scapito della produzione.
Il mantenimento della condizione di alternanza di produzione negli anni invece sembra condizionato dai seguenti fattori.
Innanzitutto la competizione idrico-nutrizionale che scatta durante le fasi di fioritura e primo sviluppo del frutto perché in questo periodo sono simultaneamente in atto tre importanti attività: la fioritura/allegagione, lo sviluppo dei nuovi germogli e l’induzione delle gemme a fiore. La fioritura e i frutticini appena fatti costituiscono un forte richiamo per acqua ed elementi nutritivi che per forza di cose saranno meno disponibili per le altre attività comportando, in condizioni di abbondante fioritura e allegagione, un accrescimento vegetativo difficoltoso, con conseguenze negative sulla produzione della stagione successiva. Questo perché il nuovo germoglio in crescita rappresenta quella parte di ramo che fruttificherà l’anno seguente: il suo ridotto allungamento comporterà quindi una minore quantità di spazio potenziale per la fruttificazione.
A ciò è da unire il fatto che la differenziazione a fiore non avviene nei punti dove l’anno precedente sono stati prodotti frutti o nelle loro vicinanze e pertanto, dopo un anno di estrema carica produttiva, potrebbe esserci una limitazione nel numero di potenziali siti dove possono svilupparsi le gemme a fiore per la produzione dell’anno seguente. Lo sforzo che l’albero compie per portare a termine l’attività produttiva durante l’anno determina un impoverimento delle sue riserve di elementi minerali e nutrizionali: se questi valori scendono sotto un certo limite la differenziazione a fiore non avviene o avviene in modo parziale.
Si è soliti affermare che per ogni cento chilogrammi di olive prodotti la pianta perde 8/900 grammi di azoto, 2/300 grammi di fosforo e circa 900/1.000 grammi di potassio. E per ogni chilogrammo di legno asportato durante la potatura la pianta perde 5/6 grammi di azoto. Non a caso esiste una regola empirica che prevede che per ogni unità di fosforo si debbano distribuire tre unità di potassio e tre di azoto. Però se ragioniamo seguendo questo schema non dobbiamo stupirci se la pianta non produrrà frutti, perché un conto sono le perdite teoriche, un conto sono quelle effettive, che tengono conto della naturale crescita della pianta e della perdita nel terreno, due aspetti questi che per cento chili di olive potrebbero costringerci a somministrare fino a 2700 grammi di azoto, 700 grammi di fosforo e 3000 grammi di potassio e cioè fino a tre volte il quantitativo che – come ho detto – si è soliti affermare corretto per il reintegro delle riserve minerali e nutrizionali della pianta.
Squilibri nella concimazione, carenze o eccessi di nutrimento, troppa o poca acqua… Questi e altri errori/problemi (dovuti dall’uomo o alla natura) causano un disordine nutrizionale che, dopo un anno di carica, induce la produzione di un’elevatissima concentrazione di auxine, le quali favoriscono lo sviluppo delle gemme da legno. Un attacco massiccio di parassiti, una vangatura del terreno troppo vicino alle radici, un colpo di caldo, una gelata improvvisa dopo la ripresa vegetativa.
L’esposizione della pianta a tutte queste fonti di stress e a quelle appena descritte comporta non solo l’avvizzimento, che in un olivo non è sempre semplice da riscontrare, attiva e mantiene attivo il fenomeno dell’alternanza, sacrificando la fruttificazione per uno o più anni a favore di un maggiore investimento nella crescita vegetativa. Pertanto, se questi fattori d’innesco e mantenimento dell’alternanza (stress, concimatura, clima, parassiti…) vengono eliminati o almeno ridotti sicuramente la pianta è in grado di mantenere con più facilità una produzione costante negli anni.
Se tutto ciò non bastasse, una quindicina di anni fa è stata identificata una proteina che è responsabile della fioritura dell’olivo e quindi dell’alternanza di riproduzione. La proteina, partendo dalle foglie, si dirige verso le gemme apicali, portando il segnale che innesca la fioritura: i ricercatori l’hanno scoperta agganciandola (tramite processi d’ingegneria genetica) a un’altra proteina fluorescente, che è stata tracciata con particolari microscopi. È prodotta dalle foglie e regolata dal gene “Constans”; è oggi nota con il nome “Flowering Locus T” o più semplicemente “Proteina FT”.
Semplificando molto il processo, si può affermare che le foglie sintetizzano e trasmettono la proteina FT nel tessuto vascolare, facendola arrivare fino all’apice dei germogli, dove si trovano le strutture che daranno origine a nuovi fusti e foglie, promuovendo così la formazione di nuovi boccioli.
La produzione della proteina è ovviamente subordinata a diversi fattori. Il primo e più importante è quello della stimolazione luminosa: maggior quantità di luce colpisce la foglia dell’olivo e maggiore è la produzione di FT. Il secondo fattore è invece legato alla stagione invernale: recenti studi hanno confermato che più l’inverno è freddo, soprattutto nei mesi di dicembre e gennaio, e maggiore è la produzione di FT durante la primavera. Ovviamente l’induzione fiorale dipende dalle cultivar: poiché gli inverni tendono a diventare sempre più caldi, risulta molto importante – soprattutto nei nuovi impianti – scegliere cultivar che tengano conto anche di questo aspetto climatico. Un terzo fattore è la “memoria” della pianta: si è riscontrato che con un carico di frutti elevato raccolto tardivamente (diciamo novembre) è stata generata una minore quantità di Proteina FT. Ovviamente ci sono altri fattori che intervengono, ma il ruolo principale nella fioritura la svolgono temperatura, luce e raccolta non tardiva. Ecco perché è molto importante far crescere la pianta con una forma che consenta la massima irradiazione nel periodo primaverile, che la raccolta venga effettuata – compatibilmente con le esigenze di produzione – prima possibile e che l’inverno sia davvero freddo.
Se per l’illuminazione possiamo pensare a una potatura corretta o a una realizzazione di sesti d’impianto che tengano conto dell’orientamento del sole soprattutto nel periodo della fioritura, per la stagione invernale non è possibile intervenire direttamente se non con azioni che potrebbero mettere a rischio l’apparato radicale delle piante oppure mettendo a dimora (impianto nuovo o sostituzione) cultivar abituate a inverni miti.
Abbiamo quindi visto che mettendo in atto buone pratiche agronomiche, meglio ancora se di carattere biologico o biodinamico, l’alternanza di produzione può essere eliminata quasi del tutto, modificando così l’approccio alla pianta dell’olivo, che deve essere considerata nella moderna olivicoltura alla stregua di una normale pianta da frutto, che deve andare in produzione abbastanza velocemente e deve garantire una resa cotante e non altalenante nel tempo.

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