In un clima di estrema tensione, tra missili e devastante fragore delle bombe, l’olio di oliva iraniano vive il suo momento di massima gloria e, al tempo stesso, il suo punto più critico. Saeed Shahmoradi (nella foto di copertina), fondatore dell’azienda Orum Araz Nikdaneh, è riuscito in un’impresa storica: portare per la prima volta l’Iran sul podio del NYIOOC World Olive Oil Competition – la competizione di New York considerata tra le più prestigiose e autorevoli al mondo nel settore dell’olio d’oliva – vincendo il Gold Award con il marchio Razbon.
Il trionfo oscurato dalla guerra

La notizia del premio, assegnato a un blend di olive Arbequina e Koroneiki, è giunta proprio mentre le prime esplosioni scuotevano la capitale. Sebbene i 50 ettari di oliveti dell’azienda si trovino nella provincia nord-orientale del Golestan – regione fortunatamente risparmiata dalla siccità – il cuore operativo e commerciale batte a Teheran, oggi paralizzata dal conflitto.
“È il caos. Un missile è caduto a soli 50 metri dal nostro edificio”, ha raccontato Shahmoradi a Olive Oil Times (da cui abbiamo tratto questo articolo e le relative foto). “Fabbrica chiusa, uffici sbarrati. Le vendite sono azzerate perché la gente, comprensibilmente, resta chiusa in casa.”
Dall’ingegneria all’eccellenza olearia
Ex ingegnere nel settore petrolifero, Shahmoradi ha applicato il suo rigore tecnico alla produzione di olio extravergine. Il segreto del suo successo risiede in un raccolto anticipato tra settembre e ottobre e in una gestione meticolosa della catena del freddo. , dimostrando con il suo Razbon che il prodotto locale può competere con i giganti del Mediterraneo.
Un futuro incerto tra inflazione e macerie

Il Gold Award doveva essere il catalizzatore per vincere lo scetticismo dei consumatori interni e giustificare il prezzo di un prodotto premium. Tuttavia, la guerra ha cambiato le priorità. L’inflazione galoppante e l’instabilità bellica rendono imprevedibile il potere d’acquisto degli iraniani: l’olio d’oliva di alta qualità rischia di diventare un lusso insostenibile in un’economia di guerra.
Nonostante il silenzio forzato della sua fabbrica, Shahmoradi resta fermo sulla sua filosofia: la qualità prima del prezzo. Ma oggi, la sfida più grande non è più convincere i giudici di New York, bensì sopravvivere a un conflitto che minaccia di soffocare una rinascita agricola appena sbocciata.















