di Dora Desantis
Presidente Filiera Olivicola Olearia Italiana
Il comparto olivicolo-oleario italiano sta attraversando una fase di profonda ridefinizione, strettamente legata alla capacità delle sue imprese di innovare e fare sistema. In un contesto globale in rapida evoluzione, in cui l’Italia non può permettersi di perdere il suo storico prestigio internazionale, riflettere sul valore di una filiera interprofessionale è una necessità strategica. Il FOOI – Filiera Olivicola Olearia Italiana nasce proprio con questo obiettivo: essere il luogo in cui tutte le anime del settore, dalla produzione agricola alla trasformazione, fino al commercio e all’industria, iniziano a dialogare come un unico, grande sistema Paese.
Ancora oggi il nostro comparto è caratterizzato da una forte frammentazione e da visioni spesso divergenti. L’interprofessione punta a superare questi limiti, favorendo e promuovendo il dialogo tra i diversi attori della filiera, la definizione di strategie condivise e una rappresentanza unitaria nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee. Solo una filiera più coesa può rafforzare la tutela del Made in Italy e affrontare con maggiore efficacia le sfide dei mercati globali.
In questa architettura complessa, il frantoio rappresenta il punto di unione, sia fisico che strategico, di tutti gli attori della filiera. In un’epoca in cui sostenibilità, innovazione e competitività sono le parole chiave, il frantoio si configura oggi come un vero e proprio laboratorio naturale di transizione culturale, ambientale ed economica. Il frantoio è il trait d’union tra un’agricoltura che ha l’impellente necessità di rinnovarsi e un’industria olearia che mostra una disponibilità a richiedere olio extra vergine di oliva di sempre migliore qualità, ad alto valore nutrizionale e salutistico.
Sul fronte agricolo stiamo affrontando una delle emergenze più impattanti della nostra storia: la fitopatia dovuta alla Xylella fastidiosa. La rigenerazione agricola con varietà resistenti, si spera in numero sempre maggiore, potrà permettere di incrementare la biodiversità, migliorare la resilienza degli ecosistemi e assicurare produzioni sostenibili nel lungo termine. Tuttavia, è fondamentale investire nella ricerca: la selezione delle cultivar dovrà essere guidata anche da un’analisi preliminare rigorosa degli oli che ne deriveranno.
Parallelamente, l’olivicoltura deve adottare tecnologie di precisione e sistemi integrati di irrigazione per ottimizzare le risorse e ridurre gli sprechi anche alla luce dei cambiamenti climatici ed in particolare del global warming. C’è bisogno, inoltre, di un uso corretto e ottimale dei fitofarmaci, coadiuvato da mirati programmi di formazione e sistemi avanzati di supporto alle decisioni. Il motivo è semplice: tutto ciò che si sbaglia in campo arriva come problema nei frantoi. Dall’altro lato della filiera, l’industria olearia mostra un interesse crescente verso produzioni di qualità, ad alto valore nutrizionale, sicure e ben conservate. Questa esigenza di eccellenza, tuttavia, deve trovare un riscontro concreto nella valorizzazione economica dell’olio extra vergine, assicurando la giusta retribuzione a tutti gli anelli della filiera e dando valore al Made in Italy.
Al centro di queste dinamiche, il frantoio ha vissuto negli ultimi cinquant’anni una trasformazione radicale. La conoscenza e il capitale umano sono diventati i veri fattori strategici delle aziende. L’olio è un progetto ben preciso del frantoiano. È il risultato dell’interazione calcolata tra le macchine e le materie prime, il cui esito non deve essere mai una sorpresa. Tra le scelte di campo e l’imbottigliamento ci sono numerose decisioni da prendere, e ognuna di esse deve essere legata a una precisa strategia orientata al risultato finale, al mercato.
Se il frantoiano di un tempo era spesso relegato al ruolo di spettatore di un processo manuale dai risultati incerti, il moderno frantoiano si sta trasformando in un vero artefice. Un professionista che esercita un’ars fatta di solide conoscenze tecniche. È una figura imprenditoriale a tutto tondo che gestisce anche la logistica, i registri e la valorizzazione dei sottoprodotti.
Ed è anche su questo punto che il nuovo Piano Olivicolo Nazionale dovrebbe incidere con decisione. La gestione dei residui di lavorazione non deve più essere vissuta come un mero adempimento burocratico, bensì come una opportunità di economia circolare. I sottoprodotti devono cambiare significato: ciò che ieri era un costo, oggi deve diventare risorsa. Una risorsa capace di generare nuove catene di valore e trattenere la ricchezza all’interno del processo agroalimentare, migliorando la reputazione ambientale e la competitività dell’impresa sul territorio.
Per vincere la sfida della competitività e della sostenibilità, la priorità assoluta deve essere la formazione professionale. Dobbiamo investire sui giovani, creando professionisti con competenze nella gestione integrata del processo oleario, capaci di coniugare l’innovazione, la tecnologia e lo studio dei mercati. Oggi il nostro settore è chiamato ad affrontare sfide epocali: dai cambiamenti climatici all’impennata dei costi, dalla competizione internazionale alle crisi produttive. Eppure, l’Italia custodisce un patrimonio straordinario di competenze, territori, cultura e biodiversità.
Come filiera, abbiamo il dovere di guardare al futuro con una visione d’insieme, perché attraverso una filiera moderna e capace di generare valore in ogni suo passaggio saremo in grado di proiettare l’eccellenza dell’olio italiano verso le sfide di domani.


















