Parlare di olio extravergine di oliva made in Italy significa andare ben oltre la dimensione alimentare. L’olio è espressione di civiltà agricola, presidio del territorio, strumento di tutela ambientale e pilastro della dieta mediterranea. È uno dei simboli più profondi dell’agricoltura italiana, capace di coniugare tradizione millenaria, innovazione tecnica e qualità certificata.
L’Italia detiene un primato spesso ricordato, ma non sempre compreso fino in fondo: è il Paese con la più alta biodiversità olivicola al mondo, con oltre 700 cultivar autoctone censite. Un patrimonio genetico straordinario, costruito nei secoli attraverso l’adattamento dell’olivo a contesti pedoclimatici estremamente diversi. Ogni cultivar racchiude un profilo sensoriale e biochimico specifico, con differenze significative in termini di aromaticità, contenuto fenolico e stabilità ossidativa.
Questa biodiversità non rappresenta soltanto un valore identitario, ma una leva strategica per il futuro dell’olivicoltura. In un contesto segnato da cambiamenti climatici, nuove fitopatie e crescente instabilità produttiva, la varietà genetica è uno strumento di resilienza, oltre che di differenziazione qualitativa. Dove l’olivicoltura è viva, il territorio è curato, il rischio idrogeologico è mitigato e le comunità rurali mantengono un equilibrio economico e sociale.
Dal punto di vista nutrizionale, l’olio extravergine di oliva non può essere assimilato a un generico “grasso vegetale”. È un alimento funzionale a tutti gli effetti, come riconosciuto dalla letteratura scientifica e dalle autorità sanitarie europee. La sua composizione, dominata dall’acido oleico e arricchita da polifenoli, tocoferoli e altri composti bioattivi, lo rende un elemento centrale nella prevenzione delle patologie cardiovascolari e metaboliche.
Non a caso, l’EFSA – Aurità europea per la sicurezza alimentare, ha autorizzato uno specifico claim salutistico relativo alla capacità dei polifenoli dell’olio extravergine di oliva di contribuire alla protezione dei lipidi ematici dallo stress ossidativo. Un riconoscimento che distingue l’olio EVO da qualunque altro grasso alimentare e che dovrebbe costituire la base di ogni politica di valorizzazione e comunicazione.
Mercosur: apertura dei mercati e compressione del valore
In questo scenario già complesso si inserisce l’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur, sostenuto politicamente anche dall’attuale governo italiano. L’intesa mira a rafforzare gli scambi con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, riducendo progressivamente dazi e barriere tariffarie.
Per l’olivicoltura italiana il nodo non è tanto il rischio di un’invasione diretta di olio sudamericano, quanto una progressiva compressione del valore sui mercati internazionali. I produttori italiani operano in un contesto caratterizzato da costi elevati, norme ambientali stringenti, obblighi di tracciabilità e standard qualitativi molto superiori alla media globale. In un mercato sempre più orientato al prezzo e ai volumi, queste caratteristiche rischiano di diventare un handicap competitivo se non adeguatamente riconosciute e comunicate.
L’apertura commerciale, se non accompagnata da controlli rigorosi, strumenti di salvaguardia efficaci e politiche di valorizzazione dell’origine, può indebolire le filiere di qualità, favorendo una competizione asimmetrica che penalizza proprio chi investe in sostenibilità e biodiversità.
Nutri-Score: una semplificazione pericolosa
A complicare ulteriormente il quadro interviene il tema dell’informazione al consumatore, in particolare il Nutri-Score, sistema di etichettatura nutrizionale front-of-pack adottato o sostenuto in diversi Paesi europei. Nato con l’obiettivo di facilitare scelte alimentari rapide, il Nutri-Score si rivela però un’arma a doppio taglio per alimenti come l’olio extravergine di oliva.
Gli algoritmi alla base del sistema penalizzano il contenuto lipidico senza distinguere adeguatamente tra qualità dei grassi e presenza di composti bioattivi. Il risultato è una rappresentazione fuorviante che rischia di collocare l’olio EVO sullo stesso piano di grassi raffinati o prodotti ultra-processati “corretti” a livello industriale per ottenere un punteggio migliore.
Il paradosso è evidente: mentre la scienza e la tradizione alimentare riconoscono all’olio extravergine di oliva un ruolo centrale in una dieta sana e sostenibile, un’etichetta eccessivamente semplificata può indurre il consumatore a percepirlo come un alimento da limitare.
Conclusioni: conoscenza, non semplificazione
La difesa dell’olio extravergine di oliva italiano non può ridursi a una narrazione identitaria fine a se stessa. Serve una strategia integrata, che tenga insieme tutela della biodiversità, rigore nei controlli sulle importazioni, valorizzazione dell’origine e corretta informazione nutrizionale.
L’olio EVO di qualità è uno dei pochi alimenti per i quali esiste un riconoscimento scientifico formale dei benefici per la salute. Ignorarlo o ridurlo a un semplice condimento significa impoverire il dibattito e, soprattutto, indebolire una delle colonne portanti dell’agricoltura italiana.
Difendere l’olio extravergine di oliva significa difendere un’idea di cibo che è territorio, salute, cultura e futuro. E, come spesso accade, la prima vera forma di tutela resta la conoscenza.


















