La frattura di mercato (insanabile) dell’olio extravergine di oliva

La comparazione dei prezzi a scaffale tra l'olio 100% italiano e quello straniero evidenzia un forte disallineamento competitivo che va spiegato al consumatore. Ecco perché!
Economia
Views: 58
di Francesca Gambin, Roberta Ruggeri, Sonia Ziviani
Ufficio Economico Aipo

Il comparto oleario non sta vivendo una normale oscillazione dei prezzi, ma un cambiamento profondo che arriva direttamente agli scaffali della grande distribuzione organizzata.

Oggi il consumatore si trova davanti a due proposte lontane tra loro: da una parte le miscele UE/Extra-UE a circa 5 euro al litro; dall’altra l’Extra Vergine 100% Italiano che supera i 12 euro. In mezzo, quasi il nulla.

È questa che definiamo una frattura di mercato, con una fascia intermedia scomparsa che genera smarrimento e, talvolta, sospetto.
Questa forbice non è il risultato di una speculazione improvvisa, ma di un disallineamento competitivo che ha diviso il Mediterraneo in due modelli economici.

Dobbiamo essere chiari, non stiamo confrontando lo stesso prodotto venduto a due valori diversi, ma la coesistenza di due logiche produttive contrapposte.

Da una parte troviamo il modello della quantità, guidato da piazze come Spagna e Tunisia, dove produzioni massive hanno trascinato i prezzi verso il basso seguendo logiche di borsa globale.

Dall’altra abbiamo il modello italiano del valore territoriale, che ha scelto di non inseguire il ribasso per non scivolare sotto la propria soglia di rottura.

L’olio italiano non incorpora semplicemente costi più elevati, ma standard qualitativi rigorosi, come una selezione delle olive più severa, una filiera corta e tracciata e un profilo sensoriale che le produzioni industriali di massa non possono replicare.
A queste s’aggiunge la qualità intrinseca di un olio ottenuto da olive sane, raccolte al momento giusto e frante in poche ore.
Siamo di fronte a una scelta tra valore ambientale e qualità da una parte e quantità industriale dall’altra.

Se l’olio italiano scendesse a competere con le commodity da 5 euro, l’intera filiera nazionale collasserebbe nell’arco di una sola campagna olivicola.

Oltre la soglia dei dodici euro al litro non stiamo acquistando solo un alimento, ma un pezzo di economia ambientale.
Dentro quella bottiglia convivono la manutenzione dei muretti a secco, la gestione degli oliveti secolari, la tutela del paesaggio rurale e la stabilità idrogeologica delle nostre colline, insieme alla qualità intrinseca di un olio ottenuto da olive sane, raccolte al momento giusto e frante in poche ore.

L’olivicoltore non è più soltanto un produttore, ma un custode del territorio e un garante della qualità alimentare. Sostenere quel prezzo significa non solo scegliere la qualità (con i suoi benefici nutrizionali e salutistici), ma finanziare la continuità di un paesaggio e di un sapere tecnico che non possono essere industrializzati.

Il vero arbitro del sistema olivicolo e oleario nazionale resta il consumatore. Scegliere una bottiglia da oltre 12 euro non va considerato un “sovrapprezzo”, ma un premio assicurativo sul futuro del territorio e sulla qualità di ciò che portiamo in tavola. Scegliere quella da 5,50 euro risponde invece a una logica di puro approvvigionamento, spesso dettata dalle necessità di bilancio delle famiglie. La sostenibilità del sistema è fragile e la scelta del consumatore, davanti allo scaffale, può aiutare l’olivicoltura italiana a restare vitale oppure lasciarla in una condizione di progressiva fragilità.

Per rimanere sempre aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter qui!

Tags: in evidenza, oli oe mercati, olio di oliva, olio extravergine di oliva, prezzo dell'olio

Potrebbe piacerti anche

“Ettari di olivi non sacrificabili sull’altare del fotovoltaico”
Innovazioni in frantoio, Pieralisi protagonista all’EnoliExpo

Author

Potresti leggere