Evoluzione dell’olivicoltura: dal tradizionale al superintensivo

Le tappe che hanno portato ai nuovi sistemi di impianti olivicoli
Speciali
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di

di STEFANO  CERNI
Agronomo e capo panel

Nei principali paesi olivicoli mondiali, Spagna, Italia e Grecia, sono presenti tre distinti modelli produttivi:
1) Tradizionale
2) Intensivo
3) Superintensivo
Il modello tradizionale si caratterizza per la presenza di un numero di piante, generalmente secolari, che va da 100 a circa 150 esemplari per ettaro. I sesti di impianto vanno da 8 m x 8 m a 10 m x 10 m. Le varietà impiegate sono quelle tradizionali del luogo e gli olivi, di grandi dimensioni, hanno un forte legame paesaggistico e culturale con il territorio. Dal punto di vista produttivo le rese non sono elevate e in ragione degli ingenti costi di gestione dovuti soprattutto alle operazioni di potatura e raccolta (difficilmente comprimibili in quanto poco meccanizzabili), determinano un risultato economico difficilmente in attivo. Tale modello può essere economicamente sostenibile solo se il prodotto viene commercializzato a prezzi particolarmente remunerativi nell’ambito di progetti di promozione a carattere territoriale, in grado di esaltarne la tipicità. L’olivicoltura tradizionale è presente in tutte le regioni italiane.
Il modello di coltivazione tradizionale dell’olivo si è mantenuto quasi inalterato per secoli. Solo sul finire degli anni ’30 del secolo scorso furono proposte forme di vaso più efficienti. Nacque così il vaso policonico, proposto, sia pure con leggere differenze, dai tecnici Roventini e Tonini che diffusero tale forma di allevamento prevalentemente nell’Italia centrale, soprattutto in Toscana e Umbria.

Figura 1 – Modello di vaso policonico proposto dal Roventini

La forma a vaso policonico consentì di effettuare impianti più fitti, comunque raramente superiori a 200 piante per ettaro. Dalla drammatica gelata del 1956, che colpì tutta l’Italia centrale, si sviluppò l’idea di rinnovare l’olivicoltura attraverso il Vaso cespugliato. Il prof. Morettini consigliò il taglio del tronco (stroncatura) per tutti gli olivi che alla ripresa vegetativa manifestavano evidenti segni di danni da gelo. Sfruttando la capacità dell’olivo di emettere polloni dalla ceppaia, il programma prevedeva la selezione, in maniera progressiva, dei tre migliori che sarebbero stati poi allevati con una forma conica. In pratica ogni singola branca partiva direttamente dal terreno e assumeva una forma simile a quella del vaso Policonico. Le piante così conformate manifestarono una rapida entrata in produzione e una più agevole esecuzione delle operazioni di potatura e raccolta per le dimensioni più contenute delle piante in quanto prive del tronco la cui altezza, nelle piante secolari, di rado era inferiore ai 2 metri. La realizzazione di impianti ex novo a vaso cespugliato trovò, in Italia, poco seguito. Più successo ebbe in Spagna. Gli impianti si realizzavano mettendo a dimora tre piante, ai vertici di un triangolo equilatero, inclinate di circa 30° rispetto alla verticale. Ogni singola pianta assumeva comunque una forma più libera rispetto al rigido modello conico proposto dal prof. Morettini.

Figura 2 – Forma di allevamento a vaso cespugliato in Spagna ottenuto mettendo a dimora tre astoni, inclinati di 30° rispetto la verticale, ai vertici di un triangolo equilatero

Si erano gettate le basi per la creazione del modello Intensivo. Schematicamente l’olivicoltura intensiva si caratterizza per un numero di piante, per unità di superficie, superiore a 250 e inferiore a 625, con sesti compresi tra 7 m x 6 m fino a 6 m x 3 m e 4 m x 4 m. L’olivicoltura intensiva è presente in tutte le regioni italiane e prevede l’utilizzo delle varietà tipiche di ogni singola zona olivicola.

Percorriamo, sinteticamente, le tappe che hanno portato all’evoluzione dell’olivicoltura Intensiva.

Figura 3 – Forma di allevamento a vaso cespugliato ottenuto selezionando i migliori 3 polloni prodotti dalla ceppaia a seguito del taglio del tronco danneggiato dalla gelata del ’56.

La spinta al rinnovamento dell’olivicoltura italiana era partita come spontanea reazione alla drammatica gelata del ’56 e sul finire degli anni 50 (inizio anni 60), vennero proposte nuove forme di allevamento oltre al vaso cespugliato. Nell’intento di elevare le rese e contestualmente abbattere i costi di produzione, venne proposta, dal prof. Nino Breviglieri, la Palmetta. Tale forma di allevamento suscitò, negli addetti ai lavori, molti dubbi e perplessità perché la si riteneva troppo coercitiva per l’olivo, pianta che aveva vissuto millenarie vicende con le chiome svettanti nel libero spazio. Il pensiero fondamentale che venne posto a base della nascente tecnica fu quello di investire l’unità di superficie con il massimo numero di piante possibili, lasciando comunque tra i soggetti uno spazio vitale sufficiente al normale accrescimento, variabile in funzione della vigoria della cultivar e delle condizioni ambientali più o meno favorevoli allo sviluppo della pianta. Nacque il concetto di ettaro coltura che prevedeva mediamente 400 piante allineate in filari con le chiome disposte in senso longitudinale. Ciò avrebbe favorito il passaggio delle macchine operatrici e la raccolta, sempre manuale, ma con la prospettiva, allora non ancora concreta, di intervenire, in un futuro più o meno prossimo, meccanicamente.

Figura 4  -Il testo che propagandava la nuova olivicoltura intensiva attraverso l’allevamento dell’olivo a Palmetta. Casa editrice REDA anno 1960.
Le basi dell’olivicoltura intensiva erano le seguenti:
1. Investire con adeguata densità l’unità di superficie;
2. Consentire con appropriato orientamento delle chiome una sufficiente illuminazione in ogni punto della chioma stessa;
3. Consentire la massima meccanizzazione per realizzare tutte le operazioni colturali;
4. Permettere una raccolta più agevole e meno costosa;
I primi impianti, la cui impostazione (e gli ulteriori sviluppi per la messa a punto) fu concordata con l’Istituto di Coltivazioni Arboree di Firenze, furono realizzati nella primavera degli anni 1959 e 1960. Il programma di divulgazione e dimostrativo proseguì fino al 1964.
Ci fu una discreta e spontanea adesione al nuovo indirizzo intensivo di olivicoltura, ma ben presto si rese necessaria una revisione del progetto iniziale in quanto, nell’olivo a palmetta con tre branche, si constatò come, già dal terzo anno di impianto, la branca centrale non trovasse più spazio sufficiente allo sviluppo dei rami fruttiferi, tanto da indurre assenza o scarsità di vegetazione anche nella parte basale delle due branche laterali. Nacque così la forma di allevamento a Ypsilon, proposta da Luigi Braconi, illustrata nel volume dedicato al suo maestro Nino Breviglieri che, a suo dire, ebbe il merito di introdurre i concetti base dell’olivicoltura intensiva.

Figura 5 – Forma di allevamento ad ypsilon, nata come derivazione degli impianti a palmetta. Consiste nel disporre di due branche, inserite su un tronco non più alto di 60 cm, aventi una inclinazione di circa 60° rispetto la verticale. Le branche sono indirizzate in senso longitudinale alla direzione del filare, con un orientamento più vicino possibile alla direttrice Nord-Sud per ridurre al massimo l’effetto ombreggiante delle chiome.

La forma di allevamento a Ypsilon è la risposta del settore olivicolo al mercato delle sostanze grasse, sempre più indirizzato verso gli oli di semi, decisamente più economici di quelli d’oliva. Una forma di allevamento, quindi, capace di introdurre quasi integralmente la meccanizzazione delle operazioni colturali, compresa la raccolta, per abbattere i costi di produzione. Al tempo stesso garantiva l’aumento sensibile delle rese produttive fin dai primi anni di impianto (la ricerca dell’epoca riporta dati più che lusinghieri con produzioni di 6-10 kg per pianta già dal 4° anno di impianto) grazie all’elevata efficienza delle chiome, maggiormente esposte al fattore luce.

Passano altri 10 anni quando il Prof. Giuseppe Fontanazza del CNR di Perugia propose, agli inizi degli anni ’80, i primi tentativi di diffondere l’allevamento dell’Olivo a Monocono.


Figura 6 – Il monocono è una forma d’allevamento in volume ma con sviluppo maggiore in senso verticale (in altezza).

Si basa sull’incremento della densità di piantagione (550 piante ad ettaro) con sesto di impianto 6×3 e sulla riduzione dei costi di produzione per la meccanizzazione della raccolta mediante vibratore del tronco e ombrello intercettatore delle olive. E’ proposta anche una parziale potatura meccanica all’interno di un ciclo triennale (potatura meccanica al primo anno, non potatura al secondo, potatura manuale al terzo).

Il monocono presenta l’indiscutibile vantaggio di entrare presto in produzione grazie ai limitati interventi di potatura in fase di allevamento. L’elevato numero di piante per ettaro consente di ottenere, già dal terzo anno di impianto, buone produzioni. Il Margine lordo economico della coltura, considerando la meccanizzazione della raccolta e in parte della potatura, risulta particolarmente elevato. I vantaggi descritti si mantengono per un numero limitato di anni poi subentrano problemi produttivi a causa della difficoltà di mantenere l’equilibrio chioma-radice, con una chioma che tende a un eccessivo sviluppo vegetativo per equilibrare il potenziale radicale.

In pratica, per contenere lo sviluppo della chioma, si eseguono potature intense che stimolano la pianta a produrre numerosi succhioni e, quindi, a entrare in una fase di squilibrio vegetativo (dominanza di radice), con produzioni ridotte. Per questo motivo la maggior parte degli impianti a monocono furono, previo ripristino del sesto 6×6, convertiti nella forma di allevamento a vaso.

Siamo agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso quando, all’orizzonte olivicolo, prende corpo la cosiddetta olivicoltura Super Intensiva. Si basa sulla riduzione drastica dei sesti di impianto, con la possibilità di mettere a dimora un numero di piante per unità di superficie compreso tra 1.250 fino a poco più di 2.000. In pratica si va dal sesto più ampio di 4 x 2 m fino a un minimo di 3,75 x 1,30 m circa. Gli impianti superintensivi si possono realizzare solo con varietà predisposte a trovare un equilibrio produttivo in spazi estremamente contenuti e, quindi, a portamento vegetativo compatto. Gli spagnoli rivendicano la primogenitura con i primi impianti realizzati nel 1994 impiegando tre varietà idonee allo scopo: Arbequina, Arbosana e Koroneki, le prime due di origine spagnola, la terza greca.
In realtà forse qualche anno prima il Prof. Fontanazza aveva presentato la sua idea di superintensivo che si basava sull’utilizzo di tre varietà brevettate dal CNR di Perugia, FS 17, Don Carlo e Giulia. Anche in questo caso, come per l’evoluzione del sistema di allevamento a monocono, il Prof. Fontanazza propone di gestire la potatura attraverso un ciclo triennale che si apre con la potatura meccanica, segue un anno senza nessun intervento e si conclude il terzo anno con la potatura manuale per rinnovare la vegetazione e stimolare la formazione di nuovi germogli produttivi.

Figura 7 – Impianto superintensivo realizzato in Spagna (Andalusia) con la varietà Arbequina al 12° anno di impianto. Sesto di impianto 3,75 x 1,35. Il sistema, definito ad asse centrale, si sviluppa in senso longitudinale al filare, con una altezza della struttura rigida poco superiore a 2 metri e una larghezza complessiva non superiore a 1 metro. Le misure consentono la raccolta in continuo.

Figura 8 – Andalusia, Raccolta in continuo con macchina a scuotimento orizzontale. La macchina è in grado di raccogliere fino a 18 T in un giorno di lavoro.

Figura 9 – Potatura meccanica di superintensivo all’italiana in provincia di Rimini. 5° anno di impianto sesto di impianto 4×2, varietà Don Carlo.

Tra le novità degli ultimi anni si segnala la selezione di nuove varietà adatte alla forma di allevamento in superintensivo che hanno dato incoraggianti risultati.

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Tags: Cerni, in evidenza, intensivo, Speciali, superintensivo, tradizionale

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