Davvero paradossale quello che sta accadendo in Sicilia, una delle regioni olivicole più importanti d’Italia dove i frantoiani sono costretti a minacciare di ricorrere al Tar contro scelte assolutamente discutibili degli amministratori dell’isola. Tema del contendere, come già anticipato da OlivoNews, il bando per gli investimenti sulla trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli: ben 70 milioni sul piatto per ammodernare gli impianti. Tutti gli impianti ad eccezione dei frantoi (e delle cantine).
Il motivo dell’esclusione? Poco sostenibile: ovvero, dal momento che i frantoiani sono stati beneficiari di un bando Pnrr – sostengono dalla Regione Siciliana – loro sono stati già accontentati. Peccato che si dimentichino di aggiungere che le risorse stanziate con il bando Pnrr sono state largamente insufficienti per finanziare le domande pervenute e che molti frantoiani non hanno potuto partecipare perché non avevano i requisiti previsti dal bando. Alla fine della fiera, insomma, quel bando ha coperto le richieste di neanche il 10% dei frantoiani.
L’incontro richiesto dalle associazioni di categoria ASFO – Associazione Siciliana Frantoi Oleari e AFO Sicilia – Associazione Frantoiani Oleari di Sicilia ed inizialmente accordato dall’assessore regionale all’agricoltura Luca Sammartino è saltato per un ripensamento di quest’ultimo, a detta dei frantoiani. I quali, dopo un infruttuoso incontro con un dirigente regionale, hanno inviato all’Ente una lettera per richiedere un riesame del bando, anticipando che, in assenza del quale, saranno obbligati a ricorrere al Tar.
“Il frantoio è il fulcro della filiera olivicola, dove la produzione agricola si trasforma e acquisisce valore aggiunto; la sua esclusione – scrivono i presidenti delle due associazioni, rispettivamente Pietro Pipitone e Salvatore Samperi – risulta pertanto in contrasto con la ratio dell’intervento, finalizzata a sostenere gli investimenti nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli.
L’Intervento SRD13 (vale a dire il bando di cui si tratta, ndr) è individuato quale principale strumento regionale di sostegno agli investimenti nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. In tale quadro programmatorio, l’esclusione generalizzata dei frantoi determina una delimitazione settoriale che incide su una filiera espressamente valorizzata nella strategia regionale,
senza che nel CSR si rinvenga una specifica previsione o una motivazione esplicita che giustifichi tale scelta in relazione ai fabbisogni individuati nell’analisi SWOT.
Eppure, il comparto oleario in Sicilia rappresenta una componente strutturale dell’economia regionale e si colloca stabilmente tra i principali poli produttivi nazionali dell’olio di oliva, con volumi che negli ultimi anni confermano una consistenza economica e produttiva media di circa 32.000 tonnellate.
Si tratta di numeri che rendono evidente come il comparto oleario non possa essere assimilato a un settore marginale o residuale, né possa essere escluso dalle politiche di sostegno alla trasformazione senza una motivazione puntuale, rafforzata e sorretta da un’istruttoria adeguata.
In tale contesto le scriventi ritengono che l’esclusione dei frantoi oleari dall’SRD13 produca effetti che superano il singolo comparto, incidendo sull’intera filiera olivicola. Escludendo il sostegno al settore della trasformazione olearia – principale ambito di creazione del
valore economico – si compromette la capacità di programmare investimenti adeguati alle sfide del mercato e si danneggiano indirettamente anche le aziende agricole conferenti. Il sostegno tecnologico è la condizione necessaria per elevare le rese qualitative e la sostenibilità dei processi affinché l’olio siciliano possa continuare a garantire quegli standard qualitativi richiesti dai mercati internazionali, sostenendo così l’economia locale e il prestigio del Made in Sicily.
L’indirizzo programmatico di Codesta Amministrazione, altresì, interrompe una consolidata continuità programmatoria della Regione Siciliana, la quale, nelle precedenti programmazioni (2000– 2006, 2007–2013, 2014–2020), aveva sempre incluso la trasformazione oleicola tra i settori ammissibili. La rilevanza strategica del settore oleario e la sua marcata propensione all’innovazione emergono con
evidenza sia dai dati della precedente programmazione, sia dalle più recenti misure di rilancio economico. Nella passata fase di attuazione delle politiche di sviluppo rurale, i frantoi hanno infatti assorbito circa il 40% della spesa programmata per gli investimenti destinati alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, dimostrando capacità progettuale e domanda di
ammodernamento particolarmente elevate.
Il dinamismo del settore è stato confermato anche dalla forte partecipazione alle precedenti programmazioni e alle misure attivate nell’ambito del PNRR, che tuttavia, per natura, dotazione e tipologia di interventi ammissibili, non possono essere considerati strumenti strutturalmente equivalenti all’Intervento SRD13.
La misura PNRR ha, infatti, visto la partecipazione di ulteriori 100 imprese del comparto della quali, tuttavia, soltanto 47 di esse hanno potuto accedere al finanziamento, a causa dell’esiguità delle risorse disponibili.
Si evidenzia, inoltre, che il comparto vitivinicolo, anch’esso escluso dalla misura, a differenza di quello oleicolo, beneficia in maniera costante, sia nella filiera della produzione, che della trasformazione, dell’OCM vino, misura stabile e continuativa che finanzia investimenti strutturali, tecnologici e organizzativi.
Applicare ai frantoi oleari un principio di esclusione non previsto per gli altri comparti della trasformazione agroalimentare determina una disparità di trattamento evidente e oggettivamente problematica sotto il profilo dell’equità, dell’economicità e dell’efficacia dell’azione amministrativa.
Oltre alla riammissione del settore, le scriventi Associazioni denunciano l’adozione di un criterio di accesso del tutto slegato dalla realtà produttiva: la soglia minima di investimento pari a 1,5 milioni di euro. Tale parametro è oggettivamente proibitivo per la stragrande maggioranza delle aziende siciliane. Fissare un “biglietto d’ingresso” così elevato significa tagliare fuori le eccellenze locali che necessitano di investimenti mirati (nuovi macchinari, aumento della capacità di stoccaggio dei prodotti e dei sottoprodotti, sistemi di tracciabilità) i cui costi si attestano mediamente tra i 100 e i 200 mila euro. Obbligare le aziende a progetti sovradimensionati per superare la soglia minima significa esporle a un rischio di indebitamento insostenibile, favorendo esclusivamente pochissimi grandi poli industriali
traducendosi, nei fatti, in una misura oggettivamente preclusiva all’accesso ai finanziamenti per la maggior parte dei soggetti interessati.
L’imposizione di una soglia minima così elevata, unita all’esclusione di un settore trainante come quello oleario, comporterà inevitabilmente una drastica carenza di istanze ammissibili. Ciò espone l’Amministrazione Regionale al gravissimo rischio di disimpegno automatico delle risorse comunitarie.
Le scriventi Associazioni chiedono formalmente che l’Amministrazione provveda in autotutela alla modifica dell’art. 5 comma 3 del Bando, e comunque di eventuali ulteriori previsioni preclusive all’accesso al finanziamento, disponendo:
1. l’espressa ammissione dei frantoi oleari tra i beneficiari dell’intervento SRD13.
2. la riduzione della soglia minima di investimento, portandola dai proibitivi 1,5 milioni di euro a una misura aderente alla realtà di 200.000,00 euro.
Certi che codesta Amministrazione non mancherà di procedere all’accoglimento della presente istanza ci corre l’obbligo di preannunciare che, in difetto, le scriventi Associazioni attiveranno, dinanzi alle Autorità competenti, ogni iniziativa a tutela e difesa dei diritti e degli interessi dei propri associati”.



















