di Veronica Bertoldo e Enzo Gambin
Il recente Regolamento (UE) 2026/1739, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea lo scorso 29 luglio e in vigore dal 18 agosto 2026, nasceva con l’ambizioso obiettivo di rafforzare la posizione degli agricoltori nella filiera alimentare e incrementare la resilienza delle aziende di fronte alle sfide di mercato e climatiche. Da un’attenta lettura delle disposizioni legislative, però, il provvedimento lascia un amaro retrogusto di delusione tra le Organizzazioni di Produttori (OP) del comparto olivicolo-oleario.
Se da un lato la normativa trova il plauso corale per l’innalzamento al 70% del contributo comunitario sulle spese per la gestione delle calamità e avversità atmosferiche, esteso trasversalmente a ortofrutta, patate, luppolo e olio d’oliva qualora la perdita produttiva superi il 30%, dall’altro mette a nudo una palese asimmetria in materia di ricambio generazionale.
L‘Articolo 2 del nuovo Regolamento modifica la disciplina dei Piani Strategici della PAC (Reg. UE 2021/2115), introduce una maggiorazione dell’aiuto dal 50% al 70% che possono salire al 75% per gli investimenti materiali e immateriali sostenuti da giovani o nuovi agricoltori. Una misura fondamentale per ammodernare le strutture produttive, digitalizzare le aziende e incentivare l’ingresso delle nuove generazioni.
Il problema? Questa maggiorazione è stata concessa prioritariamente alle OP del settore ortofrutticolo e pataticolo, ma è stata del tutto esclusa dalla disciplina specifica delle OP olivicole (Art. 65).
Le aziende olivicole condotte da giovani nell’ambito dei Programmi Operativi di settore vedranno così i propri investimenti strutturali, dalla meccanizzazione di precisione all’irrigazione efficiente, fino all’innovazione tecnologica nei frantoi, fermi al tetto ordinario del 50%, senza poter beneficiare dell’incremento di sostegno garantito invece ai colleghi dell’ortofrutta o del comparto pataticolo, che sale al 75%.
L’esclusione appare del tutto priva di fondamento tecnico-agronomico. Il settore olivicolo europeo e quello italiano in particolare soffre di un tasso di invecchiamento anagrafico dei conduttori pari se non superiore a quello dell’ortofrutta. In contesti ad alta vocazione qualitativa, dove i costi d’impianto, di recupero degli oliveti storici e di ammodernamento sono elevati, tarpare le ali ai giovani conduttori rischia di accelerare il fenomeno dell’abbandono delle superfici agricole.
Come si spiega una simile decisione a Bruxelles? La risposta risiede nelle dinamiche negoziali del Trilogo europeo, ossia la fase di negoziazione informale a tre vie utilizzata dalle tre principali istituzioni dell’Unione Europea per trovare un accordo politico su un testo di legge che sono:
- la Commissione Europea, che ha il potere di iniziativa legislativa e funge da mediatore neutrale;
- il Parlamento Europeo, composto dai deputati eletti dai cittadini UE;
- il Consiglio dell’Unione Europea composto dai ministri dei Governi dei paesi membri.
Pur essendo una procedura informale non espressamente prevista dai Trattati originali, è diventata la modalità di fatto standard con cui si approva la stragrande maggioranza delle direttive e dei regolamenti dell’UE (procedura legislativa ordinaria).
Il comparto ortofrutticolo ha saputo muoversi con grande compattezza attraverso la propria rappresentanza permanente a Bruxelles, incardinando emendamenti precisi e puntuali.
La filiera olearia, storicamente più frammentata nelle trattative comunitarie, non è riuscita a fare sufficiente massa critica per far valere una pari dignità di trattamento.
Alcuni analisti comunitari potrebbero obiettare che l’articolo 64 del Reg. (UE) 2021/2115 garantisce già all’olivicoltura canali di finanziamento dedicati nei Piani Strategici Nazionali e che il settore beneficia di norme di tutela di mercato tra le più severe d’Europa (Reg. UE 2022/2104). Confondere la tutela regolatoria di mercato o la dotazione finanziaria complessiva con l’intensità dell’aiuto al singolo agricoltore è, tuttavia, un errore di prospettiva.
Le norme di qualità impongono costi di conformità crescenti; negare al giovane olivicoltore un innalzamento dell’attuale aliquota del 75% sugli investimenti tecnologici significa pretendere standard qualitativi da primo della classe offrendo strumenti finanziari di serie B.
La partita, tuttavia, non può dirsi del tutto chiusa, da diversi territori ad alta vocazione olivicola, a partire dalle Regioni del Nord e del Centro Italia, si stanno già sollevando prese di posizione e dossier di fermo disappunto. L’obiettivo, su cui la Regione Veneto (coordinatrice delle Regioni nel settore agricolo) si è già ufficialmente attivata presso i Servizi della Commissione Europea, è far leva sulle rappresentanze regionali a Bruxelles per verificare le motivazioni tecniche dell’esclusione o chiedere il riallineamento alla percentuale di aiuto del 75% per tutti i comparti.
Il messaggio che parte dal mondo olivicolo è chiaro: la transizione ecologica e il futuro dell’olio extra vergine di qualità passano inevitabilmente dai giovani e negare loro il massimo del sostegno finanziario disponibile significa limitare la competitività di un intero pilastro dell’agroalimentare europeo.


















