“Un nuovo approccio all’olivicoltura post Xylella”

Franco Nigro dell'Università di Bari: "Con due sole varietà resistenti, rischio elevato"
Economia
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“Ci siamo trovati impreparati di fronte alla Xylella. Con il nuovo piano di rigenerazione olivicola non dobbiamo commettere lo stesso errore”.
Franco Nigro, docente di scienze del suolo e della pianta all’Università di Bari, lo dice chiaramente: “O cambiamo il modo di approcciarci all’olivicoltura, o rischieremo seriamente anche in futuro”.
Il motivo è semplice: avere solo due varietà ad oggi resistenti alla Xylella, come Leccino e Favolosa, non dà margini di sicurezza, tanto più che siamo di fronte ad un batterio con un elevato tasso di mutazione nel tempo. Ed impone dunque che vengano migliorate sia la tecnica colturale che la gestione fitosanitaria. Non solo: “Occorre preparare anche il territorio – ha aggiunto Nigro – sviluppare la formazione, avviare politiche di avvicinamento per fare dell’olivicoltura una olivicoltura da reddito”.
Il ragionamento, sviluppato alla fiera EnoliExpo di Bari, parte da una premessa: “Nel Salento avevamo l’Ogliarola salentina e la Cellina di Nardò che rappresentavano l’identità del territorio, una produzione di eccellenza. Questo è stato a lungo un valore aggiunto per valorizzare la tipicità, ma di fatto ha bloccato la ricerca di varietà diverse. E una volta scoperto che queste due cultivar erano totalmente incapaci di affrontare la Xylella, ci siamo resi conto che abbiamo accumulato un ritardo di innovazione varietale di qualche secolo. Ora dobbiamo scegliere: fare un’olivicoltura di nicchia o farne una da reddito e su vasta scala. Quando sento che vogliamo impiantare 6 milioni di nuovi olivi con il piano di rigenerazione, mi pare di capire che la scelta sia chiara: puntiamo su grandi numeri. Per riuscirci però dovremo essere bravi a rispettare qualità ed eccellenza, con tecniche di gestione colturale appropriate. Perché altrimenti il rischio dato dal limitato numero di varietà oggi disponibile, resterebbe certamente elevato”.

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