Sostenibilità è immaginare il domani, fra uno, dieci o venti anni. Nell’olivicoltura oggi sta accadendo qualcosa, ma non più per caso. Il tempo mi ha fatto incontrare i protagonisti di questa rinnovata attenzione per l’olivo, ma a me non interessa confrontare le tecniche di potatura, la scelta dei rami, il numero o la lunghezza delle punte, nulla di tutto questo.
Voglio capire il perché di certe azioni, sentire finalmente la voce di chi si avvicina all’olivo con forbici o seghetto, capire dove cade lo sguardo, immaginare la reazione dell’olivo a un taglio di oggi. Voglio sentir parlare i potatori, che lavorano da soli, in silenzio, o al massimo parlano tra sé e sé. Ne ho incontrato uno e l’ho sentito addirittura parlare con l’olivo: si chiama Francesco Puccetti, ha 53 anni e vive con Yesenia a Spina, in Umbria.
Dopo non so quanti inviti, ho fatto quei pochi chilometri che mi separano dalla bellezza della campagna umbra, quella attraversata dalla Marscianese. Niente capannoni industriali, il panorama disturbato solo dai pali della luce e dai loro fili. Un paesaggio bellissimo, anche con i colori degli ultimi giorni di gennaio, che mostra chiari i segni dell’alternanza colturale, grano, foraggi, vigneti, piante da frutto, puntellato dai tanti i borghi che mantengono inalterata un’urbanizzazione legata al tempo, difesa con energia dalle nuove generazioni, a tutela della memoria che li rende padroni della propria identità: San Biagio della Valle, Cerqueto, San Valentino della Collina, Sant’Enea, Sant’Elena, Spina, Mercatello. È proprio salendo da Mercatello che la bellezza degli olivi comincia a colorare il paesaggio. Ecco Yesenia e Francesco, potatori per amore dell’uno e dell’altra, ma anche degli ulivi, ‘armati’ di un’asta con un lungo seghetto in cima. Arma di distruzione di legno inutile.

Francesco, com’è nata questa passione per la potatura?
“Tutto è cominciato cinque anni fa, ero ispettore per tre enti di certificazione, ma sentivo dentro di me la voglia di qualcosa di nuovo. La mia vita l’ha cambiata Giorgio Pannelli e la sua Scuola di Potatura a Vaso Policonico. Ricordo il mio primo corso, lo tenevano a Fratticiola Selvatica, lungo la strada che sale da Bosco verso Gubbio. Era inverno, sette gradi sotto zero, io arrivai in scooter, Pannelli mi vide arrivare e disse: ‘Questo è un potatore…’. Oggi la potatura a vaso policonico riempie la mia nuova vita e quella di Yesenia, che è sempre con me. Siamo felici, viviamo all’aria aperta, è bellissimo. Da veterinario, ho ricominciato a studiare, mamma mia quanto ho studiato, dal Roventini (1937) fino a oggi e ancora non ho finito di capire”.
Perché proprio il vaso policonico e non uno degli altri sistemi?
“I sistemi di allevamento sono scelti in base alle consuetudini locali, a volte anche di famiglia, ma non così non funziona. Un sistema di allevamento presuppone la conoscenza della varietà e l’adeguamento degli interventi alle sue caratteristiche. Un sistema di allevamento o di potatura, chiamatelo come volete, non può essere una consuetudine territoriale, il vaso barese, l’ombrello siciliano…. Sentivo parlare di questa Scuola e vivendola sono rimasto affascinato dalla logica scientifica e dall’entusiasmo con cui Giorgio Pannelli la anima”.
I principi di fondo quali sono?
“La pianta risponde alle leggi del caos, se gli dai spazio lo occupa tutto naturalmente; il nostro compito è quello di far utilizzare alla pianta la sua energia non per produrre legno, ma frutto, facendolo diventare produttivo. L’alta concentrazione delle auxine inibisce la produzione del verde e del legno dall’alto verso il basso, noi dobbiamo indurre la pianta a modificare la sua gestione delle energie, ingannandola con le nostre punte – che qualcuno critica dal punto di vista estetico – creando una struttura tale che consente alla pianta di autogestire il suo sviluppo. Con il vaso policonico lavoriamo da terra, poto ogni anno 7.000 piante e non ho mai preso in mano un paio di forbici. Giorgio Pannelli, dice: ‘Mi sono stufato di vedere i nostri ragazzi andare in Inghilterra a lavare i piatti nei ristoranti, dedicatevi all’olivo, il nostro sistema rende sostenibile l’olivicoltura, con il nostro metodo si può vivere di questo mestiere, non si diventa ricchi, ma ci si può vivere”, lui lo dice, noi grazie alla Scuola, sappiamo che è vero”.
Considerando l’abbandono che vive la nostra olivicoltura, avrete tanto da fare?
“Abbiamo a che fare con oliveti abbandonati da anni; il nostro primo intervento consiste nell’eliminazione dei tentativi di competizione nella parte alta e lasciamo una punta per cono. Con quella cima garantisco la futura acquisizione della stabilità che ci consente di andare alla ricerca dell’equilibrio, che consiste nel trovare l’altezza ideale tra il volume della chioma e le radici. Se tagli troppo in alto, la pianta cercherà in maniera ossessiva di recuperare l’equilibrio con le radici”.
Francesco e Yesenia hanno a che fare con olivi dimenticati, da rianimare, di una varietà che il tempo ha legato a queste colline e soprattutto a quelle del Trasimeno: la Dolce Agogia.
Dicono che l’olivo abbandonato impazzisca…
“L’olivo pazzo non esiste. L’olivo reagisce alle situazioni e si protegge. L’Agogia va domata, è bizzosa, arrogante, non dà retta, vuole andare dove vuole – dice Francesco mentre è all’opera col seghetto – bisogna indebolirla facendole fare del lavoro inutile. Guarda, io taglio qui e porto la chioma verso l’esterno, le foglie attirano la linfa, si rallenta la velocità di corsa e la pianta indirizza la sua energia al frutto e non al legno. Mio nonno diceva che è qui che l’olivo ‘s’innamora’, quando non produce legno e la sua energia va tutta verso l’esterno, lì dove nascono i fiori e i frutti”.
Francesco e Yesenia hanno finito di lavorare a quella pianta: “Guarda quant’è bella…”. Le punte salgono verso il cielo azzurro. Scatto una foto e la invio a Giorgio Pannelli. La risposta è immediata: “Sta abbracciando il cielo!”. Grazie Giorgio, bel titolo!



















