Marocco, c’era una volta la maasra

I nuovi frantoi stanno prendendo campo, con l'abbandono degli arcaici sistemi di estrazione
Mercato alimentare nel mondo
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Cresce a ritmo impressionante l’olivicoltura in Marocco, dove per altro il quantitativo di olive destinate al frantoio ha superato quello tradizionalmente legato alle olive da mensa. È il risultato di un programma di sviluppo che il paese africano ha avviato a partire dal 2008 con la strategia PMV (Piano Marocco Verde) che punta a trasformare il settore agricolo in una vera e propria leva di sviluppo socio-economico del paese.

Qualche numero per indicare la svolta intrapresa: quasi raddoppiato il numero degli ettari destinati ad oliveti negli ultimi 20 anni: erano 640 mila nel 2003, hanno superato il milione da ormai un paio d’anni a questa parte. Oltre il 37% ha sistemi di irrigazione nazionale o localizzata, fondamentali in un paese che sconta una scarsità di piogge. Nello stesso periodo la produzione di olive è passata da una media di 549 mila ad una di 1,4 milioni di tonnellate. Privilegiata come detto, in questo passaggio, l’attenzione all’olio piuttosto che alle olive da mensa: il primo è cresciuto passando da 66 mila a 127 mila tonnellate, le seconde hanno avuto un incremento, ma di minore entità e cioè da 88 mila a 112 mila tonnellate.

Accelerato il tasso di crescita annuale della superficie coltivata che dai 13 mila ettari l’anno del primo decennio del 2000 si attesta oggi a 27 mila ettari annui. La varietà principale è la Picholine marocchina che interessa il 90% del patrimonio olivicolo. Coinvolte complessivamente 480 mila aziende agricole che proprio dall’olivicoltura traggono la principale fonte di reddito. Ancora modeste le esportazioni di olio d’oliva, appena il 10% della produzione complessiva, mentre sale al 70% l’esportazione delle olive da mensa, in entrambi i casi con l’Italia tra le destinazioni principali.

Spiega Maurizio Loroni, responsabile commerciale Pieralisi nel paese del nord Africa: “È una realtà in profonda evoluzione, gli antichi metodi agricoli che ancora sopravvivono nelle regioni più estreme del paese, stanno lasciando il passo a moderne tecniche colturali laddove si concentrano i nuovi allevamenti di olivi. Nei territori dove maggiori sono stati gli investimenti, come quello nelle regioni di Fes-Meknes o di Marrakech (che insieme detengono il 54% della produzione nazionale), la meccanizzazione sta coinvolgendo tutte le attività agronomiche degli oliveti. Anche per i frantoi si sta assistendo ad un profondo ricambio. Qui partivamo da circa 11 mila impianti, la stragrande maggioranza dei quali arcaici, le cosiddette maâsra, con l’asino a girare le presse e l’olio prodotto, di mediocre qualità, utilizzato per l’autoconsumo dall’agricoltore e dai suoi parenti. Oggi ve ne sono almeno 500 che hanno sistema continuo a due o tre fasi con decanter orizzontale ed altrettanti semimoderni con presse idrauliche. È un processo lento ma costante che sta coinvolgendo almeno un buon 30% dell’olivicoltura marocchina. E Pieralisi ovviamente fa la sua parte, perché accanto alla resa, assolutamente prioritaria, sta prendendo campo anche il concetto di qualità ed i frantoi devono saper valorizzare al meglio i contenuti fenolici e le proprietà organolettiche che la Picholine marocchina sa esprimere. Molti oli di questo paese del nord Africa hanno vinto premi prestigiosi ed il maggior valore aggiunto dato da un extravergine di qualità anche qui viene fortemente percepito da un crescente numero di produttori”.

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