Sansificio o biogas avanzato? Il 4% su base secca è il parametro giusto?

Le nuove disposizioni del GSE lasciano aperte questioni critiche sulla classificazione delle sanse e sull'efficacia della soglia percentuale di olio
Economia
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di Prof. ALESSANDRO LEONE
Dipartimento DISSPA, Università di Bari Aldo Moro

Le nuove regole del GSE sulla destinazione della sansa introducono criteri destinati ad avere conseguenze concrete per frantoi, sansifici e impianti di produzione di biogas avanzato. Ma due domande restano aperte: che cosa si intende esattamente per “sansa umida (bifasica)” e il limite del 4% di olio sulla sostanza secca è davvero sufficiente per stabilire quando il recupero dell’olio non è più economicamente conveniente? L’evoluzione tecnologica dei frantoi e il peso dell’acqua nei costi di trasporto e trattamento mostrano che la questione è più complessa di quanto possa apparire.

Prima domanda: di quale sansa stiamo parlando?

Le regole del GSE concentrano l’attenzione sulle cosiddette “sanse umide (bifasiche)”. Il primo problema nasce proprio qui: se l’oggetto della disciplina è questa specifica tipologia di sansa, che cosa accade alle altre matrici prodotte oggi nei frantoi?

La distinzione potrebbe sembrare intuitiva: sansa “bifasica” se proveniente da un decanter a due fasi e sansa “trifasica” se proveniente da un decanter a tre fasi. Ma dal punto di vista impiantistico l’equazione non è così semplice.

Infatti, la configurazione del decanter non consente, da sola, di definire la tipologia di sansa prodotta. In un impianto a tre fasi, sansa e acque di vegetazione possono essere riunite a valle, ottenendo una matrice ad elevato contenuto di acqua del tutto paragonabile a quella ottenuta da un decanter a due fasi; viceversa, una sansa prodotta da una prima estrazione a due fasi può essere successivamente trattata a tre fasi nel processo di seconda estrazione, riducendone il contenuto di acqua. La classificazione dovrebbe quindi basarsi sulla composizione effettiva della sansa finale e non sulla configurazione dell’impianto che l’ha originata.

In altre parole, la configurazione del decanter non descrive necessariamente le caratteristiche della sansa effettivamente destinata alla successiva utilizzazione. E l’evoluzione tecnologica dei frantoi rende il quadro ancora più articolato.

Oggi la sansa può essere parzialmente denocciolata già in frantoio. Inoltre, i decanter multifase possono produrre una sansa liquida totalmente denocciolata, comunemente indicata come “paté”. Si tratta di matrici che derivano sempre dal processo di estrazione dell’olio di oliva, ma che presentano caratteristiche fisiche e compositive differenti rispetto alla sansa convenzionalmente definita “umida (bifasica)”.

La domanda, quindi, diventa inevitabile: dove colloca il GSE la sansa parzialmente denocciolata? E come classifica la sansa liquida totalmente denocciolata prodotta dagli impianti multifase? Nella formulazione attuale non emerge un criterio che consenta di rispondere in maniera univoca.  Inoltre, che cosa si intende esattamente per sansa “umida”? Qual è la soglia percentuale di umidità oltre la quale una sansa può essere definita “umida” e, per contrapposizione, al di sotto della quale può essere considerata “secca”? Anche questo aspetto fondamentale non viene chiarito dalle regole del GSE, lasciando spazio a ulteriori incertezze interpretative nella classificazione della sansa.

Il punto non è puramente terminologico. Se una classificazione deve determinare la possibile destinazione della sansa, dovrebbe basarsi su caratteristiche oggettive, misurabili e verificabili della matrice, non soltanto sul nome attribuito al prodotto o sulla configurazione dell’impianto che lo ha generato.

La questione diventa ancora più evidente se si considera il contenuto residuo di olio. Se una sansa presenta un contenuto di olio inferiore alla soglia individuata dal GSE, perché la sua destinazione dovrebbe dipendere anche dal fatto che sia stata prodotta da un impianto a due, tre o più fasi? Se il parametro discriminante è una caratteristica analitica della sansa, appare più lineare parlare semplicemente di “sansa” e valutarla sulla base delle sue caratteristiche effettive.

Seconda domanda: il 4% su base secca
racconta davvero il valore della sansa?

Il secondo nodo riguarda la soglia del 4% di olio residuo sulla sostanza secca. Esprimere il contenuto di olio sulla sostanza secca è analiticamente corretto, perché elimina l’effetto diluente dell’acqua e permette di confrontare matrici con umidità differenti. Ma se l’obiettivo è valutare la convenienza del conferimento al sansificio per il recupero dell’olio, il problema non è soltanto quanto olio è presente sulla sostanza secca: conta quanto olio è realmente contenuto in una tonnellata di prodotto tal quale e quanta acqua bisogna trasportare e gestire insieme a quell’olio.
Per comprendere meglio il tutto basta confrontare alcune sanse che presentano tutte esattamente il 4% di olio sulla sostanza secca:

A parità di 4% sulla sostanza secca, una tonnellata di sansa al 50% di umidità contiene 20 kg di olio e 500 kg di acqua; al 75% di umidità contiene invece 10 kg di olio e 750 kg di acqua. Il valore analitico è identico, ma la realtà tecnico-economica è profondamente diversa.

Trasportare acqua ha un costo

Più aumenta l’umidità, maggiore è la massa trasportata per ogni chilogrammo di olio potenzialmente recuperabile. Una quota crescente del costo logistico viene quindi sostenuta per movimentare acqua anziché materia utile al recupero dell’olio.

È qui che entra in gioco anche la distanza. I 70 km non possono essere considerati come una variabile completamente indipendente dalle caratteristiche della sansa: trasportare per 70 km una tonnellata contenente 20 kg di olio non è economicamente equivalente a trasportare, per la stessa distanza, una tonnellata che ne contiene soltanto 10 kg.

E quell’acqua, al sansificio, deve essere gestita

Il contenuto di acqua non incide soltanto sul trasporto. Una volta arrivata al sansificio, l’acqua entra anche nel bilancio delle successive operazioni di trattamento, con conseguenze sul fabbisogno energetico e sui costi di processo.

Il rapporto acqua/olio rende il fenomeno particolarmente evidente. Con il 4% di olio sulla sostanza secca, passando dal 50% al 75% di umidità, il rapporto cresce da 25 a 75 kg di acqua per ogni chilogrammo di olio: tre volte tanto. Due sanse che, secondo il parametro del GSE, presentano lo stesso 4% possono quindi avere condizioni di trasporto e trattamento radicalmente differenti.

Per questo il 4% sulla sostanza secca, considerato isolatamente, non sembra descrivere compiutamente la reale convenienza tecnico-economica del conferimento della sansa al sansificio.

Serve un criterio diverso?

Le criticità emerse conducono a due questioni di fondo. La prima riguarda la definizione stessa della matrice: l’evoluzione degli impianti ha reso sempre meno efficace una classificazione basata su aggettivi come “umida”, “bifasica” o su altre denominazioni legate alla configurazione del processo. Sansa parzialmente denocciolata, sansa liquida totalmente denocciolata e altre configurazioni presenti o future rendono preferibile un approccio tecnologicamente neutrale, basato sulla composizione della sansa.

La seconda riguarda il parametro utilizzato per stabilirne la destinazione. Se l’obiettivo è rappresentare la reale convenienza tra recupero dell’olio presso il sansificio e destinazione alla produzione di biogas avanzato, potrebbe essere più significativo considerare il rapporto tra quantità di acqua e quantità di olio presenti nel prodotto tal quale.

Una soglia opportunamente definita e validata su base sperimentale ed economica potrebbe esprimere in modo più diretto quanta acqua deve essere movimentata e trattata per ogni unità di olio potenzialmente recuperabile.

Lo stesso parametro potrebbe poi essere correlato alla distanza dal sansificio. La sostenibilità economica di un trasporto, infatti, non dipende soltanto dai chilometri percorsi, ma anche da ciò che viene effettivamente trasportato.

Un criterio di questo tipo sarebbe semplice da interpretare, misurabile, verificabile e soprattutto indipendente dalla tecnologia di estrazione utilizzata. Potrebbe quindi adattarsi meglio anche all’evoluzione futura degli impianti.

Le regole del GSE dovrebbero contribuire a rendere più chiaro un quadro già tecnicamente complesso, definendo con precisione il proprio campo di applicazione e utilizzando parametri realmente rappresentativi del fenomeno tecnico-economico che intendono disciplinare. L’obiettivo dovrebbe essere ridurre l’incertezza interpretativa e fornire agli operatori indicazioni applicative chiare, non introdurre ulteriori elementi di ambiguità.

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Tags: biogas avanzato, Frantoio, in evidenza, olio, sansa, sansificio

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