Così l’Italia promuoverà l’olivicoltura e l’olio in Pakistan

La nuova politica olivicola di Islamabad apre una fase decisiva nella cooperazione con il nostro paese: non solo tecnologie, ma anche formazione per costruire una filiera completa
Economia
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Il Pakistan ha scelto di puntare con decisione sull’olivicoltura e, nel farlo, ha riconosciuto all’Italia un ruolo centrale. Il 24 agosto il primo ministro Shehbaz Sharif ha presentato a Islamabad la National Olive Value Chain Policy, una strategia che vuole trasformare la crescente produzione di olive in una filiera strutturata, capace di generare reddito, sostituire parte delle importazioni di olio alimentare e, in prospettiva, conquistare i mercati esteri.

Shehbaz Sharif

Il progetto rappresenta anche un nuovo capitolo della collaborazione tra Pakistan e Italia, una relazione che dura da oltre settant’anni e che comprende agricoltura, industria, commercio, formazione e trasferimento tecnologico. Durante la cerimonia, Sharif ha ringraziato il governo italiano per il sostegno offerto allo sviluppo dell’olivicoltura pakistana e ha espresso particolare riconoscimento alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Il segnale più concreto della nuova fase è arrivato proprio dal Pakistan: Islamabad finanzierà la formazione in Italia di 100 giovani laureati in agraria, che studieranno coltivazione, trasformazione, commercializzazione e gestione della filiera olivicola. L’obiettivo è far rientrare nel Paese una nuova generazione di tecnici capaci di applicare sul territorio le conoscenze acquisite.

Un rapporto costruito sul campo

Il contributo italiano al settore olivicolo pakistano non nasce con la nuova politica. Negli anni la cooperazione ha sostenuto la diffusione della coltura, la formazione degli operatori e il rafforzamento delle strutture necessarie a produrre olio di qualità.

Un esempio importante è il progetto Olive Culture Scale Up, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e realizzato da CIHEAM Bari. Il programma ha contribuito a rendere operativi laboratori fitosanitari certificati, ha formato oltre 300 beneficiari sulle tecniche agricole resilienti e ha introdotto standard per i vivai e sistemi di validazione del DNA delle piante. Il marchio PakOlive è così diventato anche uno strumento per aumentare affidabilità e qualità della produzione nazionale.

Un settore in crescita

La crescita del settore è significativa: secondo l’ambasciatore italiano in Pakistan, il numero degli olivi è passato da circa 500 mila nel 2016 a oltre 7 milioni di piante. Un’espansione nella quale la cooperazione italiana ha avuto un ruolo importante attraverso formazione, assistenza tecnica e sviluppo delle infrastrutture della filiera.

La nuova politica pakistana nasce dalla consapevolezza che piantare olivi non basta. Il passaggio decisivo è costruire una filiera completa: raccolta, molitura, analisi, confezionamento, branding e commercializzazione. Anche su questo fronte l’esperienza italiana può essere determinante. Il Pakistan ha infatti bisogno di consolidare competenze tecniche e sistemi di controllo capaci di garantire standard riconoscibili sul mercato internazionale. Nel 2026 il Paese ha inoltre completato l’adesione al Consiglio Oleicolo Internazionale, entrando a pieno titolo nella principale organizzazione intergovernativa del settore.

L’Italia può accompagnare questa evoluzione mettendo a disposizione non soltanto tecnologia, ma soprattutto know-how: dalla gestione degli oliveti alla trasformazione, dall’analisi sensoriale alla valorizzazione commerciale del prodotto.

Una cooperazione destinata a crescere

La posta in gioco è considerevole. Il Pakistan importa ogni anno circa 4 miliardi di dollari di oli alimentari e il governo considera l’olivicoltura uno degli strumenti per ridurre questa dipendenza. Anche un risparmio di 400 milioni di dollari l’anno, ha sottolineato Sharif, sarebbe un risultato importante per l’economia nazionale.

Per l’Italia si apre quindi uno spazio di collaborazione che va oltre il semplice sostegno agricolo. Formazione, ricerca, tecnologie di trasformazione, certificazione e sviluppo commerciale possono diventare i pilastri di una partnership economica più ampia.

La scelta di mandare 100 giovani pakistani a formarsi in Italia è, in questo senso, particolarmente significativa: il Pakistan non chiede soltanto piante o macchinari, ma competenze. E l’Italia, con la propria esperienza nella produzione e nella cultura dell’olio d’oliva, è chiamata a trasferire un patrimonio che unisce agricoltura, industria e tradizione.

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Tags: in evidenza, olio, olivicoltura, Pakistan

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