L’olio campano non è una merce, è l’identità di un territorio da tutelare

Ecco le proposte operative emerse dal confronto tra chi l'olivo lo coltiva, chi lo studia, chi lo certifica e chi lo deve governare con strumenti di politica agricola
Economia
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Nella sala convegni della Camera di Commercio Irpinia Sannio, si è tenuto un interessante confronto tra chi l’olivo lo coltiva, chi lo studia, chi lo certifica e chi lo deve governare con strumenti di politica agricola. Il convegno “Olio EVO Campano – La Sfida del Valore in un Mercato Volatile” ha portato a Benevento una diagnosi lucida e, per certi versi, scomoda sullo stato di salute di una filiera che vale molto più di quanto il mercato, spesso, voglia riconoscere.

L’iniziativa è stata l’occasione di dialogo tra istituzioni, imprese, professionisti e operatori del settore, con l’obiettivo di rafforzare la filiera olivicola campana e valorizzarne l’eccellenza sui mercati nazionali e internazionali. Un settore che vale miliardi,  ma ripaga i suoi attori principali come se producesse una commodity. Un export che viaggia a cifre record, mentre gli oliveti del Sud vengono abbandonati. Un brand “Made in Italy” noto in tutto il mondo che rischia di diventare un contenitore vuoto, riempito da oli stranieri confezionati con etichette nostrane. Questi i temi al centro di una mattinata densa, moderata con competenza e ironia dal giornalista Maurizio Pescari, uno dei massimi esperti italiani di olio extravergine, che ha introdotto i lavori con una lectio magistralis sui dati del SIAN della campagna olearia 2025-26.

I numeri che raccontano la crisi

Prima ancora delle parole dei relatori, i dati hanno parlato da soli. Il comparto olivicolo italiano nel 2024/2025 mostra contraddizioni difficili da ignorare: a fronte di una produzione che scende progressivamente, un aumento del valore delle esportazioni; una crescente impennata di importazioni con il prezzo dell’olio tunisino a livelli irrisori.

Un paradosso che si spiega in un dato solo: l’Italia esporta il suo nome, non sempre il suo olio. E nel frattempo importa quantità crescenti di prodotto straniero – dalla Tunisia, dalla Spagna, dalla Grecia – per riempire bottiglie con etichette che evocano olivi millenari e sapori di casa.

I relatori intervenuti al convegno

Ad aprire i lavori è stato l’avv. Girolamo Pettrone, Commissario Straordinario della Camera di Commercio Irpinia Sannio, che ha voluto fortemente questo appuntamento come momento di confronto tra mondo produttivo, università e istituzioni e ha fatto la sua relazione introduttiva mettendo sul tavolo le principali tematiche che affliggono la filiera olivicola dei territori di Irpinia e Sannio. “L’obiettivo – ha detto Pettrone – è costruire una filiera campana capace di parlare al mondo con un’unica voce: quella della qualità certificata e riconoscibile.”

L’Assessora all’Agricoltura della Regione Campania, Maria Carmela Serluca, ha sottolineato come la Regione sia pienamente consapevole dell’urgenza. Serluca ha annunciato l’impegno della Giunta a coordinare gli interventi del Piano Olivicolo Nazionale (PON) con le misure regionali, essendo il Piano Nazionale inteso come risposta strutturale – attesa da anni – alla crisi produttiva italiana, non un intervento emergenziale, ma una visione di lungo periodo. Tuttavia, non ha nascosto le ombre del piano. Le risorse destinate al comparto rischiano di essere insufficienti rispetto alla dimensione reale del problema.

La prima relazione tecnica è stata affidata a Raffaele Sacchi, docente del Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II, che ha ricordato come in Campania l’abbandono degli oliveti collinari non è solo un problema economico, è piuttosto la perdita di un presidio idrogeologico, la cancellazione di saperi trasmessi di generazione in generazione
E c’è un rischio culturale che il professore ha messo in evidenza con nettezza: favorire modelli super-intensivi che puntano ai volumi potrebbe sacrificare ciò che rende l’olio italiano unico al mondo, vale a dire la sua straordinaria biodiversità. Con 533 varietà catalogate e 43 denominazioni DOP riconosciute, l’Italia non ha rivali. Ma questo patrimonio non si difende con le monoculture industriali.

Promozione e tutela: il valore si costruisce con la fiducia

È toccato a Giuseppe Coletti, CEO di Authentico, smontare uno dei luoghi comuni più diffusi nel settore: che il problema dell’olio italiano sia il prezzo troppo alto. Coletti ha ribaltato la prospettiva con un dato preciso: il 35% dei consumatori italiani è disposto a pagare oltre 14 euro al litro per un prodotto di origine certificata, a patto che quella certificazione sia dimostrabile, verificabile, credibile. Il problema non è il prezzo, è la fiducia.

E la fiducia si costruisce con la tracciabilità. Con sistemi digitali come la certificazione della filiera in blockchain, che portino il consumatore direttamente dall’oliveto alla bottiglia: varietà, data di raccolta, giorno di frangitura, lotto. Informazioni che trasformano un acquisto in una relazione. Necessario uscire dalla commoditizzazione dell’olio dove il valore è considerato fungibile al pari di petrolio ed energia e stabilità da un listino della borsa merci, mentre la grande distribuzione organizzata continua a trattare l’extravergine come prodotto civetta, comprimendone il valore percepito.

Il passaggio più acceso della mattinata è arrivato con l’intervento di Raffaele Amore, presidente dell’Associazione Olivicoltori Sanniti, che ha descritto con parole dure – ma supportate dai dati – il meccanismo che strangola i produttori onesti.

L’olio extravergine è, dopo il vino, il prodotto alimentare italiano più colpito da frodi e contraffazioni. Nel 2024, l’ICQRF ha effettuato 297 sequestri per un valore di 11 milioni di euro. Ma il punto più esplosivo riguarda la Tunisia. Il governo tunisino ha avviato negoziati per raddoppiare il contingente a dazio zero verso l’UE, portandolo da 56.700 a 100.000 tonnellate annue. L’olio tunisino arriva nei porti italiani a 3,78 euro al chilo. Un valore che non copre nemmeno i costi di raccolta italiani, figurarsi quelli di produzione (che sono almeno di 9,50 a litro). Amore ha condiviso la stessa preoccupazione con una franchezza che non lascia spazio a eufemismi: “Stiamo parlando di dumping che distrugge un modello produttivo, non di libero mercato” e ha chiesto risorse e pianificazione alla Regione per supportare gli olivicoltori e i frantoiani.

Le proposte emerse dal convegno

Al termine del dibattito, i relatori hanno convenuto su cinque priorità d’azione che la filiera campana – e italiana – non può continuare a rimandare:

  • Tracciabilità europea obbligatoria: estendere il modello del Registro Telematico dell’Olio a livello UE, perché senza standard condivisi, qualsiasi accordo commerciale con paesi terzi diventa un potenziale vettore di frode;
  • Sanzioni proporzionali ai fatturati: le multe da 2.500-9.500 euro non scoraggiano nessuno e per questo le sanzioni devono essere parametrate al volume d’affari dei trasgressori, non a importi fissi nati in un’altra epoca del mercato;
  • Piano idrico nazionale per l’olivicoltura: l’irrigazione di precisione non è un’opzione, è una condizione di sopravvivenza per il Sud, dal momento che senza infrastrutture idriche adeguate, il cambiamento climatico continuerà a rendere instabile ogni previsione produttiva;
  • Educazione del consumatore: la differenza tra un olio deodorizzato e un extravergine naturale deve uscire dai laboratori e arrivare ai consumatori, con il punto vendita che diventa il campo di battaglia dove si decide il futuro del settore;
  • Investire nella tutela e nella comunicazione: Sannio e Irpinia hanno cultivar autoctone di valore straordinario, per questo i Consorzi di tutela locali vanno potenziati, la promozione internazionale va coordinata, i canali di vendita diretta vanno moltiplicati.

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Tags: in evidenza, Olio Campania, olio extravergine di oliva

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