Nelle prime settimane dopo l’allegagione, la cascola delle olive è un fenomeno naturale, fa parte del meccanismo con cui l’olivo regola il numero delle drupe che può portare a maturazione. Negli ultimi anni, tuttavia, questo processo si è intensificato, trasformandosi in un problema agronomico rilevante.
Primavere più calde e irregolari, stress idrici improvvisi, infezioni latenti da funghi vascolari e squilibri ormonali stanno amplificando una cascola che non è più soltanto “fisiologica”, ma sempre più causata da stress. Il distacco delle olive appena allegate avviene in un punto preciso, alla base del peduncolo, dove la pianta possiede una piccola zona naturale di separazione; è qui che arrivano i segnali ormonali che decidono se l’oliva deve restare attaccato o cadere.
Quando l’olivo entra in stress, per caldo, mancanza d’acqua o sbalzi termici, aumenta la produzione di acido abscissico, un ormone che attiva gli enzimi incaricati di indebolire le cellule della zona di distacco. In questo modo la base del peduncolo diventa più fragile e la piccola oliva può cadere.
A questo segnale si aggiunge l’etilene, ormone che accelera la maturazione dei tessuti di separazione e rende più rapido il processo di cascola. Al contrario, ormoni come auxine e gibberelline svolgono la funzione opposta: mantengono attiva la crescita cellulare e aiutano la drupa a rimanere attaccata. Quando prevalgono i segnali di stress, la zona di abscissione alla base del peduncolo si attiva e il frutticino cade.
In sintesi, la caduta delle olive è il risultato di un equilibrio tra ormoni che “spingono” verso il distacco e ormoni che “trattengono” il frutto. Oggi sappiamo che questo equilibrio ormonale è strettamente legato allo stato energetico della pianta. Le prime tre o quattro settimane dopo l’allegagione sono un periodo ad altissimo consumo di carboidrati: se l’olivo non riesce a mantenere un adeguato livello di energia, la piccola oliva diventa vulnerabile e la cascola si attiva.
Cascola patologica
Accanto alla cascola fisiologica e a quella indotta dagli stress abiotici, esiste anche una cascola di origine patologica, legata all’azione di alcuni funghi, come Botryosphaeriaceae e Phoma, e insetti, come la cimice asiatica, che interferiscono con l’equilibrio ormonale e con la vitalità dei giovani frutti. In queste situazioni la cascola non è più solo un processo naturale, ma nasce dal fatto che la pianta, già indebolita dagli stress, non riesce a reagire nel momento in cui l’oliva è più fragile.
Sostanze che aiutano a stabilizzare l’allegagione
La ricerca degli ultimi anni ha rilevato che alcune categorie di sostanze possono sostenere la stabilità dell’allegagione.
Tra queste rientrano innanzitutto i carboidrati a rapido utilizzo, che supportano la respirazione cellulare, il turgore e la produzione di energia proprio nelle fasi in cui l’olivo fatica a soddisfare l’elevata richiesta metabolica dell’allegagione.
Accanto a questi, alcuni estratti vegetali, come gli acidi umici e fulvici, sono in grado di stimolare lo sviluppo dei tessuti vascolari; favoriscono la formazione di nuovo xilema e floema, migliorando il trasporto di acqua, zuccheri e nutrienti verso i giovani frutti.
Tra i promotori ormonali naturali rientrano soprattutto gli estratti di alghe, ricchi in precursori delle auxine e delle gibberelline, ma anche alcuni composti fenolici, acidi organici e specifici peptidi vegetali che stimolano la produzione endogena di fitormoni.
Queste sostanze non apportano ormoni dall’esterno, ma aiutano la pianta a produrre i propri, sostenendo la crescita cellulare del frutticino e contribuendo alla sua ritenzione.
L’impiego combinato con distillato di legno ha mostrato un miglioramento della permeabilità fogliare e una risposta antiossidante più rapida, con effetti positivi sulla stabilità dell’allegagione.
Questi interventi non agiscono come “anticaduta” diretti, ma come stabilizzatori fisiologici, riducono la probabilità che la cascola si attivi quando la pianta entra in stress.
Pratiche agronomiche
Accanto ai supporti fisiologici, la gestione agronomica rimane decisiva: l’irrigazione di soccorso nelle prime fasi di ingrossamento del frutto, una fertilizzazione equilibrata con attenzione a boro e zinco, una potatura che equilibra vegetazione e fruttificazione, la gestione del suolo per ridurre la competizione idrica e una buona esposizione alla luce che sostiene la fotosintesi e la produzione endogena di auxine.
L’interesse verso auxine di sintesi e gibberelline è crescente, ma la sperimentazione è ancora insufficiente per definire protocolli affidabili. Le risposte variano molto tra cultivar, condizioni climatiche e dosaggi; per ora, il loro impiego resta sperimentale.


















