Miscelazione oli, arriva una toppa che è peggio del buco

Il Ministero prova a salvare gli imbottigliatori dell'industria olearia per le vendite all'estero (svendendo il prestigio del Made in Italy), ma così condanna i frantoi con oli in giacenza che hanno un mercato nazionale
Economia
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È durata poco meno di quattro settimane la fermezza del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste sul divieto di miscelazione tra oli extra vergini e vergini. Attraverso il chiarimento fornito l’11 agosto dai Capi Dipartimento Giuseppe Blasi, Marco Lupo e Felice Assenza in riscontro a Federolio e Assitol, Via XX Settembre ha rivisto la portata della circolare n. 347821 del 16 luglio: la riclassificazione a “vergine” del blend resta vincolante per le vendite sul territorio nazionale, ma si riapre del tutto la possibilità di confezionare e commercializzare la miscela come “extra vergine” quando la partita è destinata ai mercati esteri, a condizione che il prodotto finale soddisfi le analisi di categoria.

Se la mossa del Ministero serve a mettere una pezza sui contratti internazionali degli imbottigliatori, sul piano politico ne esce il quadro desolante di una palese ammissione, un doppio standard che svende la credibilità del Made in Italy sull’altare del pragmatismo economico.

L’impostazione originaria della circolare voleva offrire una spinta qualitativa a tutela del consumatore italiano, scoraggiando pratiche ritenute poco trasparenti, tuttavia, la rigidità della misura ha impattato immediatamente con il contesto competitivo globale. Di fronte al concreto rischio che l’industria di imbottigliamento nazionale perdesse spazi commerciali preziosi a favore di Spagna, Grecia o Paesi terzi, l’ambizioso rigore di luglio si è dovuto piegare alle necessità di bilancio dell’export.

Sostenere che il blending sia un’operazione “fuorviante” in patria, per poi autorizzarla un secondo dopo appena la merce viaggia verso l’estero, scoperchia un teatrino di coerenza difficilmente difendibile. Il pericolo di una ricaduta reputazionale sui mercati internazionali è concreto.

La percezione che il Made in Italy riservi la massima purezza solo al mercato domestico, concedendo standard differenti per le esportazioni, rischia di indebolire il posizionamento d’eccellenza costruito negli anni.

Sul piano pratico degli oleifici e imbottigliatori, l’impatto della correzione è enorme: per le cisterne stoccate destinate ai canali di esportazione viene meno l’obbligo di declassamento a “vergine” entro 30 giorni, a patto di garantire la corretta tracciabilità e registrazione delle operazioni sul registro SIAN. 

Per quei frantoi che, viceversa, non hanno mercati fuori dai confini nazionali, e con grandi quantitativi di olio ancora in giacenza che nel frattempo potrebbero essere diventati vergini anche solo al panel test, il problema è enorme.

Del resto OlivoNews è stato tra i primi a sostenere che la circolare ministeriale che vietava la miscelazione di oli difficilmente poteva reggere il sostegno giuridico di fronte ad un ricorso. Questa nuova decisione del Ministero non fa che rafforzare quella convinzione.

La parabola della circolare MASAF conferma un dato strutturale, le norme approvate dai singoli Stati membri all’interno del Mercato Unico finiscono inevitabilmente per generare asimmetrie commerciali o costringere a rapide marce indietro. Come evidenziato dai rilievi europei sulla gestione dei controlli nell’olio (Relazione Speciale UE 01/2026), è proprio l’assenza di un quadro interpretativo univoco da parte della Commissione sulle prassi di miscelazione ad aver alimentato la difformità di applicazione tra i diversi Paesi.

Fino a quando le norme di commercializzazione non verranno armonizzate a livello comunitario, le iniziative estemporanee a livello nazionale rischiano soltanto di produrre incertezza operativa per le aziende e pasticci regolamentari per l’intera filiera.

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Tags: blending, in evidenza, miscelazione oli, olio extravergine

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