In questo inizio di 2026, molti oliveti mostrano una caduta anomala di foglie tra dicembre e gennaio. L’inverno, com’è noto, non rappresenta il periodo fisiologico per il ricambio fogliare dell’olivo, ciò che osserviamo è una risposta di stress legata all’attuale andamento climatico. Più che la mitezza autunnale in sé, è stata la repentina transizione termica della prima decade di gennaio a colpire le piante, sorprendendole in una fase di dormienza ancora incompleta. In diverse zone gli olivi non avevano “chiuso” del tutto il metabolismo invernale e il gelo ha così danneggiato le parti più esposte e sensibili della chioma.
Cosa fare e cosa evitare
A questo punto l’obiettivo non è tentare di “salvare” le foglie già cadute, ma proteggere la pianta affinché il danno non si estenda al legno e alle gemme che determineranno la produzione della prossima stagione. È fondamentale evitare interventi che forzino il risveglio vegetativo, come le concimazioni azotate premature, che rischiano di indurre germogli teneri che verrebbero compromessi da nuove gelate tra febbraio e marzo.
Occorre così attendere il risveglio naturale di aprile. Le cicatrici lasciate dai piccioli sono porte d’ingresso per i patogeni: un trattamento con ossicloruro o idrossido di rame disinfetta le ferite e indurisce i tessuti, limitando attacchi di funghi e batteri, come la rogna dell’olivo.
Con temperature diurne sopra i 10 °C, l’uso di amminoacidi vegetali o glicinbetaina aiuta a riequilibrare lo stress osmotico senza spingere la pianta a una ripresa vegetativa anticipata.
Vi è poi la tentazione forte di potare: attenzione, è rischiosa! È necessario attendere che le gemme inizino a “gonfiare”, fine febbraio, per distinguere con chiarezza le parti vitali da quelle secche, evitando di eliminare rami ancora produttivi.
Il ricambio naturale e la la caduta invernale delle foglie
Per comprendere appieno ciò che sta accadendo negli oliveti in questo inverno, è utile distinguere il normale ricambio fogliare dell’olivo dalla filloptosi invernale, che invece rappresenta un segnale di stress.
Nel ricambio fisiologico, che avviene tra maggio e luglio, la pianta elimina esclusivamente le foglie più vecchie, generalmente di due o tre anni. Si tratta di un processo ordinario, che non comporta alcuna ripercussione sulla capacità produttiva: le foglie cadute presentano un ingiallimento uniforme e non coinvolgono mai le porzioni più giovani della chioma.
La situazione è ben diversa quando la caduta avviene tra gennaio e febbraio. In questo caso non si tratta di fisiologia, ma di una risposta a uno stress ambientale. La filloptosi invernale colpisce anche foglie giovani, apicali o ancora pienamente attive, e il materiale a terra appare verde, bronzeo o macchiato. È un fenomeno che riduce in modo significativo il potenziale produttivo dell’annata successiva, perché sottrae alla pianta superfici fotosintetiche fondamentali proprio nel periodo in cui dovrebbe conservarle.
Il fattore geografico
È importante chiarire che la mitezza autunnale, di per sé, non rappresenta un fattore negativo. Nelle regioni del Sud Italia (Calabria, Puglia, Sicilia), gli inverni miti sono la norma e la pianta completa correttamente la dormienza grazie alla stabilità del clima. Il problema emerge nel Centro-Nord, dove l’equilibrio è più delicato, quando il passaggio dal mite al freddo avviene in modo brusco, la pianta si trova fisiologicamente “a metà strada”.
Non è la mitezza a creare il problema, ma la rapidità del cambio termico, che coglie l’olivo in una fase di transizione incompleta.
Conclusione
La caduta fogliare di gennaio è un segnale di sofferenza fisiologica dell’olivo. I trattamenti di protezione limitano l’estensione del danno e salvaguardano le gemme fruttifere. La verifica della chioma a fine febbraio, in fase di rigonfiamento gemmario, permette di definire con precisione gli interventi di potatura e stimare il potenziale produttivo.



















