Il risveglio dell’oliveto nel 2026 tra fisiologia e nuove strategie di difesa

Condizioni climatiche ideali per lo sviluppo dell'occhio di pavone, specie al sud Italia. Le novità introdotte per contrastare questo fungo dannoso per la pianta dell'olivo
AIPO
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Con la fine dell’inverno, l’olivo avvia la sua ripresa vegetativa le gemme si rigonfiano e gli ormoni della crescita tornano a prevalere su quelli della dormienza. Una volta soddisfatto il fabbisogno in freddo, la pianta riattiva gli enzimi che mobilitano le riserve, sostenendo la ripartenza vegetativa. È in questa fase delicata, caratterizzata da un elevato sforzo energetico, che le condizioni microclimatiche dell’inverno 2025–2026 assumono un ruolo decisivo.

Temperature miti, umidità elevata e bagnature fogliare prolungate hanno creato un ambiente ideale per lo sviluppo dell’occhio di pavone (Fusicladium oleagineum), anticipando pericolosamente le finestre di rischio. In questo scenario, la gestione della difesa richiede una distinzione attenta tra le molecole disponibili e una comprensione dei loro meccanismi d’azione.

I prodotti rameici operano per contatto superficiale. Il limite, in questa fase di ripresa, è la capacità degli ioni rame di accelerare la caduta delle foglie già compromesse dal fungo, la cuticola assottigliata delle foglie infette rende l’epidermide più sensibile all’azione ossidante del rame, favorendo la filloptosi.

Sebbene ciò riduca l’inoculo, sottrae preziosa superficie fotosintetica proprio nel momento del massimo sforzo energetico della pianta.
La dodina, invece, si distingue per le sue proprietà citotropiche e trans laminari, attraversa la cuticola cerosa dell’olivo, si ridistribuisce nei tessuti e blocca l’infezione dall’interno. Questa caratteristica consente di preservare l’integrità delle foglie infette, mantenendo attivo l’apparato fotosintetico e sostenendo la futura mignolatura. La sua attività curativa si mantiene efficace se applicata i due giorni dall’inizio dell’evento infettivo, vale a dire dall’avvio della bagnatura fogliare in presenza di temperature favorevoli.

Il 2026 segna anche il consolidamento delle formulazioni rame-zeolitiche, infatti, le zeoliti naturali agiscono come “serbatoi intelligenti”, la loro struttura microporosa trattiene gli ioni rameici e li rilascia gradualmente, riducendo il dilavamento e aumentando la persistenza del trattamento. Questo permette di dimezzare il quantitativo di rame metallo per ettaro, mantenendo un’elevata efficacia contro il patogeno e migliorando l’adesione su una foglia cerosa come quella dell’olivo.

Parallelamente, l’uso di prodotti a base di fosfonato di potassio offre una protezione interna alla pianta. Oltre all’azione diretta contro diversi patogeni, questi prodotti aiutano l’olivo a “prepararsi” meglio agli stress: la pianta reagisce più velocemente agli attacchi e rafforza le proprie strutture interne. È una difesa che si muove dentro i tessuti, non viene dilavata dalla pioggia e completa l’efficacia dei trattamenti tradizionali, soprattutto quando l’umidità è elevata.

Anche se il fosfonato di potassio non è una molecola nuova, questa formulazione sta trovando oggi un impiego più mirato nell’olivo, proprio perché risulta particolarmente utile in annate miti e umide come il 2026, quando la pressione del patogeno aumenta e la pianta deve essere sostenuta anche dall’interno. In annate miti, infatti, le infezioni latenti non restano “bloccate” nei tessuti come negli inverni più freddi e possono riattivarsi già a metà febbraio.

La spora del fungo necessita di un velo d’acqua continuo sulla foglia per almeno 9–12 ore, con temperature comprese tra 10 °C e 20°C, per completare la germinazione e penetrare nei tessuti. L’inverno presente ha offerto più volte queste condizioni: temperature sopra la media, bagnature prolungate, nebbie dense e persistenti. Se consideriamo, ad esempio, una giornata di febbraio con oltre 10 ore di bagnatura fogliare ma temperature medie ancora inferiori ai 9–10 °C, il rischio di infezione resta contenuto.
La durata del velo d’acqua sarebbe sufficiente, ma la temperatura limita l’efficienza del fungo. Quando però la bagnatura prolungata coincide con temperature comprese tra 10 e 15 °C, la finestra di rischio si apre realmente.

Se traduciamo questi concetti microclimatici nella realtà invernale 2025–2026, emergono tre scenari distinti:
Nord Italia (aree interne e pedecollinari) – Temperature spesso tra 5 e 10 °C e frequenti nebbie: bagnatura sufficiente per la germinazione, ma temperature sotto la fascia ottimale (10–20 °C) mantengono il rischio su livelli medi, con probabili infezioni latenti.

Centro Italia (fasce collinari e costiere) – Temperature medie tra 8 e 12 °C e piogge frequenti: sovrapposizione tra bagnatura prolungata e ore di rischio termico. Rischio medio-alto, con infezioni attive già rilevabili in inverno.

Sud Italia e Isole (aree costiere e sub-costiere) – Temperature costanti tra 10 e 15 °C e rugiade frequenti: condizioni ideali. Rischio alto, con forte pressione del patogeno che richiede l’integrazione di rame-zeolitici, dodina e induttori di resistenza.

Gestire l’oliveto nel 2026 significa riconoscere che la difesa non è più un gesto stagionale, ma un processo informato, dinamico e profondamente legato al microclima. L’occhio di pavone non è solo un avversario da contenere: è un indicatore della nostra capacità di leggere l’ambiente.

Direttore AIPO
Associazione Interregionale
Produttori Olivicoli

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Tags: in evidenza, Occhio di pavone, oliveto, olivo

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