“In futuro sarà sempre più necessario aumentare il contenuto di sostanza organica del suolo di un oliveto per migliorarne la struttura e per le sue capacità di incrementare la ritenzione idrica”.

Marcello Pagliai, accademico dei Georgofili, già direttore dell’Istituto per lo Studio e la Difesa del Suolo del Ministero dell’Agricoltura, ha trascorso una vita nelle attività di ricerca sulla conservazione, sulla valorizzazione e sulla gestione dei terreni. Competenze di altissimo profilo che lo porteranno ad affiancare Giorgio Pannelli nel convegno in programma il 26 aprile prossimo a Toscoleum, la manifestazione professionale dedicata al settore olivicolo-oleario nell’ambito della Fiera del Madonnino a GrossetoFiere dal titolo: “L’olivicoltura che non tradisce, quella rigenerativa di suolo e pianta”.
Dottor Pagliai, perché l’esigenza di “rigenerare” il suolo?
“In generale il nostro rapporto con il suolo è sempre stato caratterizzato da una generica indifferenza e da una diffusa noncuranza; in sostanza manca la consapevolezza della sua importanza. Questo è tanto più vero proprio nel settore dell’olivicoltura dove, da sempre, l’olivo, nonostante la sua importanza e diffusione, è stato considerato una coltura secondaria nel senso che nelle aziende agricole i terreni migliori erano destinati alle colture “importanti” (come la vite, ad esempio) e l’olivo veniva relegato ai terreni marginali in virtù anche della sua capacità di adattarsi ai vari tipi di suoli”.

Ed invece?
“In realtà si è visto che, viceversa, il suolo gioca un ruolo importante proprio per ottenere oli di alta qualità soprattutto dal punto di vista nutraceutico, aspetto questo che ha notevolmente rivalutato questo prezioso alimento, infatti, proprio queste proprietà appaiono più influenzate dal rapporto suolo-acqua che non dalle varietà”.
Ma è così grave la situazione dei nostri terreni?
“Oltre il 60% dei suoli soffre di una o più forme di degradazione, situazione che potrebbe peggiorare a causa del previsto aumento delle pressioni antropiche e climatiche (alluvioni e siccità). Nel lungo termine, alla luce della crisi climatica in atto, proprio per l’olivo, pratiche agricole come le lavorazioni ‘convenzionali’ del terreno e il diserbo non sono più sostenibili in quanto hanno aumentato l’erosione del suolo, incrementato la perdita di sostanza organica e la riduzione della quantità di organismi nel suolo, favorito il compattamento del suolo, aumentato i costi di produzione e causato danni ambientali”.
Che fare, dunque?
“Alla luce di queste situazioni pedo-climatiche emerge la necessità immediata di strategie di gestione del suolo finalizzate a migliorarne la struttura, ad invertire la tendenza del continuo depauperamento di sostanza organica, attraverso fertilizzazioni organiche come il letame, ove possibile, con sovesci di leguminose con interramento mediante ripuntatore o erpice a dischi a profondità non superiori a 8-10 cm e, soprattutto, mantenendo sul terreno i residui della potatura tritati; a favorire l’infiltrazione dell’acqua e il suo accumulo nel suolo stesso, proprio perché è il principale serbatoio di acqua e per questo è assolutamente necessario aumentare il contenuto di sostanza organica per le sue capacità di incrementare la ritenzione idrica.
L’olivicoltura del futuro ha, inoltre, bisogno dell’utilizzo delle nuove tecnologie e di investire in adeguati programmi di formazione; non può essere lasciata all’improvvisazione ma dovrebbe seguire una programmazione di lungo termine”.