Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sembra aver smarrito il significato profondo di una definizione che studiamo fin dalle scuole elementari: settore primario.
Lo chiamiamo così perché l’agricoltura è l’attività che fornisce il bene primario per eccellenza, il cibo, ed è il punto di partenza imprescindibile per ogni industria agroalimentare.
Senza l’agricoltore che cura l’olivo, non esiste l’industria olearia dell’imbottigliamento né il commercio globale dell’olio.
Il recente “boom” dell’olio tunisino, che oggi occupa le cronache per i suoi volumi produttivi, non è un incidente di percorso né un’invasione improvvisa, è il risultato di una strategia che ha rimesso al centro la produzione.
Sfruttando un’annata climatologica favorevole e una politica agricola lungimirante, la Tunisia ha saputo coltivare i propri oliveti e poi accompagnare il prodotto sui mercati internazionali, anche grazie a un’attività diplomatica e commerciale efficace.
Il Governo Tunisino ha applicato una ricetta di “economia classica”, che sembra quasi “rivoluzionaria” nel panorama attuale: destinare una quota di olio al mercato interno a prezzo calmierato, riconoscendo che l’olio d’oliva non è un bene di lusso, ma un elemento base della dieta e della cultura di quel popolo.
Di pari, Tunisi ha imposto un prezzo minimo, i famosi 10 dinari agli olivicoltori, così da evitare che i grandi gruppi internazionali strozzassero i piccoli agricoltori locali nel momento di massima offerta.
Tunisi ha sfruttato al massimo gli accordi con l’UE trasformando la sua olivicoltura in un motore per l’intera economia nazionale.
In Italia, il quadro è differente e più stratificato, è innegabile che l’olivicoltura nazionale sconti ritardi negli aggiornamenti agronomici e soffra di una carenza oramai cronica di programmazione e ricerca a lungo termine.
Non si può, tuttavia, ignorare il contesto avverso degli ultimi anni che ha avuto l’olivicoltura nazionale con i cambiamenti climatici e le emergenze fitosanitarie, che richiedono tempi lunghi per la rigenerazione.
Produrre in Italia, poi, ha costi sociali e normativi che rendono impossibile la competizione sul “basso prezzo “.
Nonostante queste zavorre, il prodotto italiano è un punto di riferimento mondiale per la ricercatezza e l’alta qualità degli oli.
L’olio italiano non è solo un condimento, è un’eccellenza che il mercato mondiale continua a richiedere, proprio per le sue caratteristiche organolettiche uniche e la grande sapienza nella produzione.
Non a caso le più grandi industrie della meccanica olearia sono italiane.
La “realtà” non sta pertanto in una sconfitta, ma in una necessaria presa di coscienza, se è vero che i volumi tunisini crescono, è altrettanto vero che in Italia è già in atto una riorganizzazione silenziosa.
C’è una nuova generazione di olivicoltori e frantoiani che ha voglia di rivalsa, che investe in tecnologie innovative e che punta tutto sulla tracciabilità e sul legame indissolubile con il territorio.
La sfida per l’Italia non è produrre “più della Tunisia”, ma tornare a onorare quel “settore primario” con investimenti strutturali e una visione politica che sostenga chi lavora la terra.



















