Prezzi in discesa, ma il mercato dell’olio extravergine resta fermo

Il ribasso delle quotazioni dell'olio non genera un aumento degli acquisti (e non solo in Italia). Domanda stabile solo per i canali di alta qualità
Economia
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di Francesca Gambin e Roberta Ruggeri
Ufficio Economico Aipo

Giugno 2026 si chiude con un segnale che attraversa l’intera filiera: il mercato dell’olio extra vergine resta fermo, non solo in Italia ma in tutto il bacino del Mediterraneo. Le quotazioni di Spagna, Grecia, Tunisia e Marocco confermano una fase di immobilità che non trova spiegazioni nella disponibilità di prodotto.

È un rallentamento sincronizzato, che evidenzia un cambiamento profondo nella domanda e nel comportamento dei consumatori. Il quadro macroeconomico contribuisce a spiegare questa dinamica. Iinfatti, le stime preliminari dell’Istat indicano che l’inflazione a giugno è scesa al 3%, con un “carrello della spesa” che rallenta dall’1,9% all’1,6%. È un segnale positivo, ma non sufficiente a riattivare la domanda, il livello generale dei prezzi resta superiore all’obiettivo del 2% e il recupero del potere d’acquisto procede con lentezza.

Parallelamente, la fiducia dei consumatori peggiora, scendendo da 93,4 a 92,4. Le famiglie mostrano maggiore cautela nella valutazione della situazione personale e corrente, mentre migliorano solo le attese sulla situazione economica generale.  È un atteggiamento prudente, che si riflette direttamente sugli acquisti alimentari.

Sul fronte delle imprese, invece, la fiducia migliora in tutti i comparti, con un aumento significativo nel commercio al dettaglio. Questo rialzo, però, non si traduce in un incremento dei volumi alimentari, la GDO registra un miglioramento delle aspettative, non dei consumi.

I dati sul reddito reale confermano che la decurtazione del 2026 è solo di poco inferiore a quella del 2022. A complicare il quadro interviene la percezione dei rincari: i consumatori continuano a sovrastimare l’inflazione, considerandola ampia e diffusa come nei mesi più critici della crisi. Anche quando i prezzi rallentano, la percezione resta alta e frena gli acquisti, tanto che la propensione al risparmio si riduce non perché le famiglie decidono di spendere di più, ma perché sono costrette a utilizzare una parte del reddito per difendere i consumi essenziali.

L’olio extra vergine da scaffale rientra in questa seconda categoria e questo spiega perché il ribasso delle quotazioni non genera un aumento degli acquisti. Le attività legate al turismo mostrano una tenuta, ma la domanda interna rimane cauta, con scontrini medi che non crescono e una selettività maggiore nelle scelte.

Non si può parlare di una ripartenza piena, la ristorazione turistica sostiene il flusso, ma non lo espande e non genera un aumento immediato della domanda di olio extra vergine all’ingrosso.

La Grande Distribuzione riflette fedelmente questa dinamica, tanto che giugno ha mostrato un mercato con listini immobili e volumi ridotti: non è una crisi di prodotto, ma di domanda.

Eppure, nello stesso mese, i canali dell’olio extra vergine di qualità continuano a funzionare. Frantoi e punti vendita specializzati registrano una domanda stabile, sostenuta da un pubblico che riconosce il valore del prodotto e mantiene un rapporto diretto con il produttore.

La filiera corta resiste, ma non è sufficiente a compensare una GDO che rallenta. A incidere su queste dinamiche non potrà essere l’intera filiera olivicola e olearia, ma l’evoluzione dei consumi, le scelte della Grande Distribuzione e il quadro economico generale. La filiera può soltanto adattarsi a questo contesto, preparandosi a un mercato in cui l’olio extra vergine dovrà riconquistare spazio nel paniere alimentare.

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