di Enzo Gambin Enzo, Orazio Strada e Pierluca Turchi
L’illusione che il grande caldo estivo blocchi ogni attacco nell’oliveto viene smentita sul campo. Con temperature che superano stabilmente i 31-33 °C, la mosca dell’olivo riduce drasticamente l’attività di volo e l’ovideposizione, entrando in una fase di quiescenza.
Le rilevazioni di campo, però, mostrano quadri più complessi; piccole depressioni necrotiche compaiono sulle drupe e non restano ferite superficiali, ma si trasformano in marciumi interni che avanzano rapidamente.
Come si spiega questo fenomeno, mentre i termometri registrano picchi prolungati oltre i 33 °C per oltre sessanta giorni? La risposta risiede nella catena del danno che lega la mosca dell’olivo, la cecidomia e il marciume interno delle olive.

Anche quando il caldo inibisce la vera ovideposizione, le femmine di mosca continuano a praticare le cosiddette punture sterili o di assaggio; sono micro-incisioni superficiali con cui valutano la consistenza e l’idratazione della drupa. Se per la mosca si tratta di tentativi “incompleti”, per il moscerino cecidomia dell’olivo (Lasioptera berlesiana) rappresentano porte spalancate. Questo piccolo dittero, non possedendo un apparato in grado di perforare la buccia integra, sfrutta ogni varco preesistente, dalle punture di assaggio alle micro-lesioni meccaniche provocate dal vento.
All’interno della ferita, la femmina di cecidomia depone l’uovo e inocula le spore del suo fungo simbionte, il Camarosporium dalmaticum. Così, anche in assenza di un uovo vitale di mosca, la larva di cecidomia si sviluppa nutrendosi del micelio fungino.
A sua volta, il fungo degrada rapidamente la polpa dell’oliva dall’interno e, più fa caldo, più il processo accelera, facendo collassare e annerire la buccia in pochi giorni.

Lo stress idro-termico della pianta, inoltre, rallenta la naturale cicatrizzazione dei tessuti, lasciando i varchi aperti più a lungo.
Il complesso Cecidomia–Camarosporium non causa soltanto la cascola precoce dei frutti. In fase di frangitura, infatti, la presenza anche di piccole percentuali di olive infette provoca un rapido e irreversibile decadimento qualitativo dell’olio, con un aumento dell’acidità libera, incremento dei perossidi e l’insorgenza di marcati difetti organolettici (muffa, riscaldo, umido).
Poiché questo marciume è un’infezione che si sviluppa dall’interno verso l’esterno, gli interventi fungicidi non possiedono reali azioni curative; le olive colpite andranno inevitabilmente incontro a cascola o dovranno essere scartate.
L’obiettivo prioritario consiste nel chiudere ogni porta d’ingresso alla cecidomia. Oltre a mantenere bassa la popolazione di mosca con esche adulticide o trappole a cattura massale, è fondamentale applicare trattamenti di copertura a base di caolino, bentonite o zeolite (2–3 kg/100 L nei trattamenti di mantenimento/ripristino). La loro azione può essere potenziata dall’integrazione con silicato di potassio, un corroborante che rinforza la cuticola e accelera la cicatrizzazione delle microferite, o con adesivanti biologici capaci di migliorare la persistenza e l’omogeneità della patina minerale.



















