“Troppe 533 varietà olivicole in Italia? No, e vi spiego il perché”

Salvatore Camposeo: "Il futuro è un'olivicoltura da reddito"
Tecnica e Ricerca
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Servono nuove varietà olivicole in Italia? O sono più che sufficienti le circa 530 oggi presenti che fanno del nostro paese quello con la maggiore biodiversità al mondo?

È la sibillina provocazione di Salvatore Camposeo, professore associato di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree presso l’Università Aldo Moro di Bari (nella foto), tra i più autorevoli innovatori nel panorama olivicolo-oleario, per il quale la risposta è chiarissima: “Assolutamente sì!”.

Professore, da dove parte questa certezza?
“Dai numeri, che a differenza delle parole non sono suscettibili di interpretazione. Se 533 varietà significano valorizzare la biodiversità, i numeri infatti dicono l’esatto opposto: le 48 Dop e Igp messe insieme producono il 3% di olio, il 50% dell’olio è dato da appena 5 cultivar.
Se invece significano dare valore al settore, anche in questo caso i numeri sono impietosi: il tasso di produzione è sceso del 30% nell’ultimo quinquennio, appena il 5% degli oliveti ha meno di 40 anni, la metà della superficie olivata in Italia ha un tasso di intensificazione inferiore ai 250 alberi per ettaro, solo il 12% è irrigata, quasi la metà delle aziende olivicole non raggiunge il 5% del valore economico”.
Ma tutto questo è un problema di varietà o di innovazione?
“Intanto le fornisco qualche altro numero: negli ultimi 30 anni, le varietà di fruttiferi licenziate sono state 113 per il mandorlo, 142 per la noce, 540 per la vite ad uva da tavola, fino ad arrivare alle 1.561 per il melo e alle 2.768 per il pesco. Le nuove varietà di olivo, invece, nell’ultimo mezzo secolo sono state appena 15, in fondo alla lista. Ed invece, come in tutti gli altri campi, anche per una nuova moderna olivicoltura servono nuove varietà”.
Lasciamo i numeri ed entriamo nelle motivazioni tecniche allora.
“Serve una nuova olivicoltura. Che si deve basare su sistemi colturali dati da media o altissima densità di impianto, e cioè o 500 alberi per ettaro o più di 1.200, e da una scelta varietale appropriata che, attraverso moderne pratiche colturali a cominciare dalla potatura, garantisca una precoce entrata in produzione, una bassa vigoria, un elevato potenziale produttivo, qualità dell’olio estratto, resistenza a stress biotici. Questa è la sfida per dare vera sostenibilità economica all’olivicoltura, che, grazie a crediti di carbonio e proprietà salutistiche, diventa anche sostenibilità ambientale e sociale”.

E qui entra in gioco l’Università di Bari, giusto?
“Abbiamo brevettato una nuova varietà adatta ad oliveto altissima densità di impianto che abbiamo chiamato Lecciana, in omaggio al papà che è il Leccino e alla mamma che è la Arbosana. I risultati sono stati molto positivi: vigoria medio-bassa, portamento eretto e chioma di buona densità, una precoce entrata in produzione (2 anni), alta allegagione. Nella raccolta meccanica i danni ai frutti ed ai rami sono limitati, la pezzatura degli stessi frutti è buona”.
Una varietà anche resistente?
“Registra un’ottima resistenza al freddo, ha una medio bassa sensibilità alla mosca, sono promettenti gli studi sulla resistenza alla Xylella”.
Sotto il profilo di quantità e qualità?
“A livello produttivo registriamo una progressiva crescita che va dalle 4 tonnellate ettaro al secondo anno, per salire a 9 al quarto, 12 al sesto e una media di 15 tonnellate dal settimo in poi, con una contenuta alternanza. Per la qualità sono ottime le caratteristiche chimiche e sensoriali, così come la shelf-life. Sotto il profilo nutraceutico ha tutte le caratteristiche per potersi fregiare dei claim salutistici previsti dall’Efsa”.

Ma un incrocio tra Leccino e Arbosana non fa perdere l’identità italiana?
“Sfatiamo anche questo tabù. L’indicazione in etichetta della dicitura “Prodotto in Italia” o “100% prodotto in Italia” indica l’origine dell’olio ottenuto da olive raccolte nel nostro paese. La Lecciana, coltivata e molita in Italia, fornisce a tutti gli effetti di legge olio italiano”.
Avviamoci alla conclusione.
“La filiera olivicola-olearia italiana è caratterizzata da figli e figliastri. Sotto il profilo della trasformazione abbiamo abbandonato da un pezzo molazze, presse e fiscoli per moderni frantoi con frangitori, gramole, decanter e separatori. In campo facciamo fatica a superare l’idea del vaso policonico, delle reti, delle pertiche e degli scuotitori. Ma se vogliamo veramente una moderna olivicoltura occorre tenere presenti tre requisiti che coinvolgono l’intera filiera, dal campo alla bottiglia: mentalità imprenditoriale, mentalità frutticola, assistenza tecnica specializzata”.

 

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