La gestione dei residui di potatura – sarmenti, foglie, ramaglia – è oggi uno dei nodi più critici per la sostenibilità dell’olivicoltura italiana. Trasformare ciò che un tempo era considerato uno scarto in una risorsa significa migliorare la struttura del suolo, aumentare la capacità di ritenzione idrica e restituire fertilità organica. Tuttavia, la teoria agronomica incontra spesso la realtà dei territori, dove orografia, accessibilità e costi di gestione rendono alcune soluzioni semplici solo sulla carta.
In molte regioni, come la Puglia, gli oliveti si trovano prevalentemente in pianura e la trinciatura meccanica è una pratica consolidata. In altre aree, invece, la collina e la pendenza trasformano la gestione dei residui in una sfida logistica, normativa ed economica. È proprio questo contrasto a mostrare quanto sia complesso applicare regole uniformi a sistemi produttivi profondamente diversi.
Norme e territori
Le normative ambientali limitano sempre più l’abbruciamento dei residui, imponendo finestre ristrette e divieti nei periodi di rischio incendi. Si tratta di obiettivi condivisibili, ma non sempre calibrati sulle condizioni reali degli oliveti italiani, che spaziano dalla pianura meccanizzabile ai terrazzamenti storici.
In pianura la trinciatura meccanica è rapida, economica e sicura. In collina o in aree terrazzate l’accesso ai mezzi è spesso impossibile. L’asporto manuale dei residui, che in pianura può richiedere poche ore, in pendenza può arrivare a 30–50 ore/ha, trasformandosi in un “costo invisibile” che incide per 400–800 €/ha.
È un onere che può rendere l’intera gestione insostenibile se non compensato da strategie di valorizzazione della biomassa.
Una soluzione tecnica potrebbe essere rappresentata dalla cippatura in loco con macchine portatili, disponibili oggi in versioni compatte a motore, trasportabili a mano anche in pendenza, sovente rappresenta l’unica via praticabile.
Si tratta di attrezzature progettate per lavorare ramaglia fino a 4–7 cm di diametro, utilizzabili anche dove la meccanizzazione tradizionale non può arrivare; richiedono tempo e manodopera, ma questi costi possono essere compensati dal valore della fertilità recuperata attraverso la restituzione della biomassa al suolo.
La crescente complessità normativa richiede un’attenzione particolare alla diversità degli areali olivicoli, affinché gli obiettivi ambientali possano essere raggiunti senza penalizzare le aziende che operano in contesti morfologicamente difficili.
La distanza tra norma e realtà non richiede polemiche, ma una riflessione tecnica sulla necessità di strumenti più flessibili e territoriali.
Il valore agronomico della biomassa di potatura
In un oliveto a densità standard (220–270 piante/ha), una potatura di media intensità produce mediamente 27–30 q.li/ha di ramaglia. Si tratta di materiale ricco di lignina e cellulosa, precursori fondamentali per la formazione di humus stabile.
A differenza dei residui erbacei, il legno contribuisce alla costruzione di una sostanza organica durevole, capace di migliorare la porosità del suolo e attività microbica, soprattutto fungina, la capacità di conservare il terreno più umido.
Umificazione e il rischio della “fame d’azoto”
La degradazione del legno è lenta, circa tre anni, a causa della complessità della lignina. Durante questa fase, i microrganismi sottraggono azoto dalla soluzione circolante del terreno per decomporre il carbonio del legno.
Questo genera la cosiddetta fame d’azoto, particolarmente critica durante la mignolatura e l’allegagione.
Il fenomeno è temporaneo, ma negli areali collinari, dove la pianta è già sottoposta a stress idrico, una carenza non compensata può amplificare drasticamente il calo produttivo e l’indebolimento vegetativo.
Compensazione azotata e valutazione economica
Per evitare squilibri nutrizionali, è necessario integrare l’azoto sottratto dai microrganismi con dosaggi mirati 1,0–1,2 kg di azoto per quintale di ramaglia, equivalente in urea con titolo 46%, a 65–70 kg/ha, con un costo medio dell’integrazione di circa 200 €/ha.
Il bilancio finale è nettamente positivo a fronte dell’investimento, si producono circa 400 kg/ha di humus stabile, il cui valore stimato è di circa 500 €, con un utile netto in termini di fertilità di circa 300 €/ha.
Si passa così da un costo di smaltimento a un aumento della fertilità del suolo.
Da considerare che l’azoto distribuito in superficie, soprattutto l’urea, può disperdersi per volatilizzazione gassosa.
È consigliabile, pertanto, quando non è possibile un leggero interramento, intervenire immediatamente prima di una pioggia prevista o utilizzare forme azotate meno volatili, come i nitrati.
Visione di lungo periodo
L’integrazione azotata non deve essere vista come un costo permanente. Dopo i primi 3–4 anni di gestione corretta, il sistema suolo raggiunge un nuovo equilibrio: l’humus accumulato inizia a mineralizzare naturalmente e l’oliveto diventa progressivamente più autosufficiente, con una struttura del terreno migliorata in modo stabile.
La gestione intelligente dei residui non è solo una tecnica agronomica, è una strategia di resilienza, che dimostra come la sostenibilità non possa prescindere dalla conoscenza profonda delle diversità territoriali, dalla pianura pugliese ai terrazzamenti liguri.



















