L’utilizzo del sovescio nell’oliveto

L'apporto di azoto ammoniacale e sostanza organica vegetale
AIPO
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Tra le tecniche della concimazione vi è il sovescio, che è in grado di apportare ai terreni azoto in forma ammoniacale e sostanza organica vegetale. Il sovescio consiste nel seminare una o più piante erbacee che, raggiunta la fase di fioritura, vengono interrate.

In questa pratica si utilizzano principalmente le leguminose – come il favino, il  lupino, la veccia, il pisello da foraggio – considerate piante azotofissatrici perché possono essere colonizzate da batteri che estraggono l’azoto dall’aria e lo convertono in una forma necessaria per la loro crescita. La famiglia delle leguminose, infatti, ha la possibilità d’instaurare una simbiosi con i Rizobi, dei batteri presenti nel terreno del genere Rhizobium, che, sviluppandosi sui peli radicali, possono penetrarvi. Una volta entrati i Rizobi colonizzano i tessuti delle radici, formando dei noduli o tubercoli, dove lì si modificano e diventano dei batteroidi. La pianta nutre i batteroidi e loro, grazie all’azione dell’enzima nitrogenasi, prendono l’azoto atmosferico e lo rendendolo disponibile per la pianta che li ospita in un complesso sistema di rilascio di ioni ammonio e nitrati.

I noduli che si formano nella radice delle leguminose sono dati da cellule ingrossate e contenenti accumuli di amidi e proteine ed è possibile sezionandoli verificare, anche visivamente, se nel loro interno si attua l’azoto fissazione. Tagliato a metà il nodulo, si osservano le due superfici: se appaiono macchie rossastre, è il segno che si realizza la fissazione dell’azoto; se è bianco o verde, non avviene la fissazione, anche se sono presenti i batteroidi; anche se il colore è grigio o marrone, non avviene la fissazione dell’azoto ma, in questo caso, potrebbe essere in corso un processo di degradazione del tubercolo.

Le semine delle leguminose da sovescio si possono attuare o in autunno, con taglio e interramento in aprile, oppure con seminagioni a fine inverno, con interramenti a maggio/giugno.

La semina lungo i filari degli oliveti è attuata a spaglio, manualmente se di modeste dimensioni o con l’ausilio di uno spandiconcime per più ampie superfici. Le quantità di semente da utilizzare sono comprese tra gli 80 e i 100 kg/ha.

I semi vanno interrati con una lavorazione molto superficiale; dove vi è l’inerbimento va bene l’erpice strigliatore che non sradica il cotico, così si facilita la germinazione e s’impedisce danni da sottrazione di semi da parte di uccelli o altri animali. La nascita delle piantine sarà più spedita se si riesce a stendere i semi prima di una pioggia o quando il terreno ha una buona dotazione di umidità.

Con sovesci autunnali la semina, eventualmente attuata con piante che resistono al freddo, come il favino o la veccia, può essere fatta da ottobre agli inizi di novembre. Nei sovesci primaverili, la semina si potrà essere eseguita da metà febbraio a metà marzo, eventualmente utilizzando la fava o il pisello da industria. Da ricordare che, per svilupparsi, queste piante hanno la necessità di acqua e di temperatura mite.

Il momento migliore per attuare il sovescio, taglio e interramento, è quando si raggiunge la fase di prefioritura o fioritura. La fissazione dell’azoto atmosferico, infatti, non è costante, ma aumenta fino a raggiungere il massimo all’inizio della fase di fioritura e diminuisce rapidamente subito dopo. Prima dell’incorporamento delle piante nel terreno, queste vanno prima falciate, meglio se sminuzzate con una trincia sarmenti, così da favorire una loro più rapida degradazione, oltre che rendere il lavoro più agevole e avere una maggiore uniformità di distribuzione della sostanza organica nel suolo.

Dopo il taglio o la trinciatura è bene, prima di eseguire l’interramento, lasciar asciugare quanto falciato o sminuzzato per uno o due giorni, poi è possibile procedere utilizzando un ripuntatore, se l’oliveto è inerbito, o con una fresa, se a terreno nudo. In entrambi i casi, le lavorazioni non dovranno eccedere le profondità di 8-12 cm. In questo strato, infatti, c’è già ossigeno sufficiente per una decomposizione della massa erbosa. Nei terreni inerbiti dopo la ripuntatura, va eseguita una leggera rullatura.

Con l’interramento, nel caso di necessità, si possono aggiungere concimi fosfatici e potassici. Con un buon sovescio di favino, o veccia, o fava, o lupinella, o pisello da foraggio è possibile apportare al terreno circa 180-200 unità fertilizzanti di azoto a ettaro. È da considerare, però, non tutto quest’azoto si renderà disponibile perché, una parte di quello in forma ammoniacale, è possibile che si converta in forma gassosa e si disperde per volatilizzazione.

Altra importante considerazione è il miglioramento che il sovescio apporta alla struttura del suolo con la sostanza organica interrata.

Direttore AIPO
Associazione Interregionale
Produttori Olivicoli


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Tags: Aipo, in evidenza, sovescio

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