di Francesca Gambin e Roberta Ruggeri
Ufficio economico AIPO
Il calo delle quotazioni delle olive rispetto allo scorso anno riporta al centro una domanda che riguarda l’intera filiera: quanto rimane realmente nelle tasche dell’olivicoltore dopo aver sostenuto le spese necessarie per portare il prodotto dal campo al compratore?
Prezzi indicativi compresi tra 60 e 80 euro al quintale possono apparire, a prima vista, una remunerazione accettabile, ma il prezzo di vendita, da solo, dice poco sulla redditività dell’azienda. Per comprenderla occorre ricostruire i costi, distinguere quelli già sostenuti da quelli ancora da affrontare e, soprattutto, riconoscere il valore economico del lavoro agricolo.
Prendiamo come riferimento un’azienda che venda 100 quintali di olive a un prezzo ipotetico di 70 euro al quintale. Il ricavo lordo ammonta a 7.000 euro. Da questa cifra, tuttavia, possono essere sottratti ulteriori oneri, a seconda degli accordi commerciali: trasporto, eventuale intermediazione e altre spese connesse alla consegna e alla vendita. Ipotizzando, esclusivamente a titolo esemplificativo, un costo di trasporto di 6 euro al quintale e una provvigione di mediazione del 2% sul valore della merce, il ricavo scende rispettivamente di 600 e 140 euro. All’azienda rimangono così 6.260 euro prima di considerare la raccolta e gli altri costi di produzione.
È importante precisare che queste spese non sono necessariamente a carico del venditore, dipendono dagli accordi effettivi e dalle condizioni della compravendita. Anche la percentuale di mediazione indicata è un’ipotesi di calcolo, non una tariffa nazionale.
Il primo elemento da considerare è, quindi, la differenza tra prezzo dichiarato e ricavo realmente incassato. Una quotazione apparentemente soddisfacente può ridursi già prima di affrontare il costo più rilevante della fase finale della produzione: la raccolta.
La raccolta pesa sul risultato
Se raccogliere 100 quintali costa, nell’esempio, 33 euro al quintale, mediamente in linea con le tariffe reali della raccolta manuale o agevolata, l’esborso complessivo è di 3.300 euro.
Dopo trasporto, mediazione e raccolta rimangono 2.960 euro.
Questa cifra, pari a 29,60 euro per quintale, non rappresenta ancora il reddito dell’olivicoltore: è quanto resta prima di imputare gli altri costi colturali, come potatura, concimazione, gestione del suolo, trattamenti, irrigazione, manutenzioni e ammortamenti.
Ipotizzando ulteriori costi di produzione pari a 15 euro al quintale, ossia 1.500 euro sui 100 quintali, il margine residuo scende a appena 1.460 euro, equivalenti a 14,60 euro al quintale. Si tratta di una simulazione, non di una media nazionale, i costi reali cambiano considerevolmente in funzione della resa, della pendenza del terreno, della meccanizzazione e dell’organizzazione aziendale.
Resta una questione decisiva, quel margine deve remunerare anche il lavoro dell’imprenditore agricolo, sostenere il capitale investito e contribuire alle spese future. Se il lavoro familiare non viene contabilizzato, il risultato economico può apparire positivo pur nascondendo una remunerazione insufficiente, o addirittura nulla, per chi conduce l’oliveto.
Raccogliere oppure lasciare le olive sull’albero?
Di fronte a questi numeri viene spontaneo domandarsi se, in determinate annate, non sia economicamente preferibile rinunciare alla raccolta. La risposta, però, richiede una distinzione. Quando si deve decidere se raccogliere le olive ancora in campo, una parte dei costi colturali è già stata sostenuta: potature, concimazioni e trattamenti effettuati non possono essere recuperati evitando la raccolta. Per la decisione immediata occorre confrontare il ricavo aggiuntivo ottenibile con i costi ancora da sostenere, soprattutto raccolta, trasporto e commercializzazione.
Nell’esempio considerato, al prezzo di 70 euro al quintale, sottraendo trasporto, mediazione e raccolta rimangono 29,60 euro al quintale prima degli altri costi.
Se questi ultimi sono già stati sostenuti, raccogliere può ancora contribuire a recuperare una parte delle spese dell’annata. Se, invece, il ricavo aggiuntivo non copre nemmeno i costi evitabili della raccolta e della consegna, lasciare il prodotto sull’albero può risultare, nel breve periodo, meno oneroso.
Questa valutazione non deve essere, però, confusa con quella sulla redditività complessiva dell’oliveto.
Un’azienda non può essere considerata economicamente sana soltanto perché la vendita delle olive consente di coprire una parte dei costi già sostenuti. La sostenibilità richiede che, nel tempo, il prezzo remuneri il lavoro, il capitale, la manutenzione degli impianti e gli investimenti necessari a mantenere produttiva la coltura.
Il reddito che non si vede
È qui che si trova il nodo più profondo della crisi. L’olivicoltore può continuare a lavorare, raccogliere, consegnare le olive e incassare il corrispettivo, senza per questo ottenere un reddito adeguato.
Se il margine residuo non remunera le ore di lavoro, l’attività sopravvive grazie alla disponibilità dell’imprenditore e della famiglia a lavorare sottocosto. Se non consente di accantonare risorse per rinnovare le attrezzature e curare gli impianti, anche il capitale aziendale si consuma progressivamente.
Occorre inoltre usare con precisione i termini: il reddito agrario e il reddito dominicale sono categorie catastali e fiscali, non misurano direttamente il guadagno effettivo dell’azienda e non scompaiono automaticamente quando l’oliveto diventa poco redditizio.
Ciò che viene meno è il reddito economico reale, la remunerazione del lavoro, il rendimento del capitale investito e, in prospettiva, la capacità del terreno di generare un risultato sufficiente a giustificarne la coltivazione.
Quando questo accade, le conseguenze non sono immediate, prima si riducono gli investimenti, si rinviano le manutenzioni e si limita la cura dell’oliveto; poi diventa difficile il ricambio generazionale.
Nei terreni marginali o collinari, concreto il rischio abbandono. Non tutti gli oliveti hanno gli stessi costi e le stesse rese: impianti meccanizzabili o la vendita diretta possono offrire margini differenti, ma queste differenze non cancellano il problema generale.
Il prezzo deve sostenere la coltivazione
La questione, dunque, non è soltanto stabilire se 60, 70 o 80 euro al quintale siano un prezzo alto o basso. Bisogna capire se quel prezzo, nelle condizioni produttive reali di ciascuna azienda, consenta di remunerare il lavoro e preservare il patrimonio produttivo. Se l’olivicoltore continua a raccogliere ma non guadagna abbastanza per vivere del proprio lavoro, l’olivicoltura può proseguire per inerzia ancora per qualche stagione.
Non per questo è economicamente sostenibile e, quando la coltivazione non garantisce più un reddito adeguato, il rischio non riguarda soltanto la singola azienda, investe la continuità degli oliveti, il presidio del territorio, il paesaggio e la capacità produttiva futura dell’olivicoltura italiana.
Il prezzo delle olive, in definitiva, non può essere valutato isolandolo dai costi e dall’organizzazione della filiera. Il vero problema non è soltanto quanto incassa oggi chi vende il raccolto, ma se ciò che incassa gli permette di raccogliere anche domani, continuando a essere un imprenditore agricolo e non soltanto un lavoratore che non riesce a remunerare sé stesso.

















