L’ondata di maltempo che ha investito la Penisola, ha portato neve anche in zone di pianura e temperature prossime o addirittura inferiori allo 0 termico in molte regioni italiane. Nell’articolo di ieri avevamo posto l’attenzione sui danni che il gelo può comportare all’olivo.
Nell’articolo di oggi, sintetizzando le manifestazioni più frequenti dei danni da gelo, poniamo l’accento sui metodi di recupero che i tecnici del Consiglio Oleicolo Internazionale suggeriscono attraverso una appropriata potatura nei tempi previsti.
Le manifestazioni più frequenti di danno da gelo
Una prima manifestazione di danno da gelo è la necrosi dei tessuti del picciolo che provoca la caduta parziale o totale delle foglie dall’albero. Quando i danni sono maggiori e colpiscono i rami, le foglie rimangono sull’albero anche se completamente ammarronate, in quanto la pianta non ha il tempo per promuovere il loro distacco.
I rami di 1 o 2 anni possono subire la fessurazione della corteccia in tutto il suo spessore o limitatamente alla porzione esterna. Il danno è dovuto in particolare al rapido passaggio da basse temperature notturne a quelle miti del mattino, oppure alla formazione di ghiaccio conseguente all’assorbimento di acqua da parte di foglie e rametti rimasti a lungo a contatto con pioggia, neve o nebbia. Tali alterazioni causano una rapida disidratazione dei tessuti e quindi la morte dei rami o delle branche interessate.
Il danno ai vasi legnosi e al cambio è uno dei più diffusi. Consiste nella necrotizzazione e nella devitalizzazione delle ultime cerchie legnose che vengono letteralmente disgregate. In questa azione gran parte delle cellule del cambio viene danneggiata.
Pertanto tutti i rami e le branche che non hanno fessure possono, entro un certo limite, superare le ferite e ripristinare l’attività della pianta. Se la corteccia ha subito in più punti una serie di lacerazioni e necrotizzazioni dei tessuti viene a mancare ogni azione di recupero ed essa assume una colorazione bruno-rossastra fino alla completa necrotizzazione con la conseguente morte del ramo o della branca a cui appartiene.
I metodi di recupero
La defogliazione incide sulla formazione e sullo sviluppo delle gemme a fiore; se si mantiene entro il 20-25% può determinare effetti appena percettibili, a percentuali superiori riduce la fioritura fino ad annullarla.
1) Le piante che hanno avuto solo una leggera defogliazione debbono ricevere un trattamento normale, eliminando in primo luogo i rami danneggiati dal freddo, quindi la potatura dovrà essere eseguita in modo da conferire alla chioma una giusta fi ttezza e prima che la pianta cominci il germogliamento, per evitare un’inutile dispersione delle sostanze di riserva.
2) Quando invece la defogliazione è intorno all’80-90% e le branche ed i rami sono in gran parte validi, si approfitterà per una potatura di riforma togliendo subito le branche soprannumerarie, orientandosi verso una struttura che preveda una buona illuminazione della chioma e faciliti le operazioni colturali, compresa la raccolta meccanica Nel complesso la potatura risulterà energica.
3) Quando la defogliazione è del 70-80% con rami meno danneggiati concentrati sulle cime delle branche, questi debbono essere energicamente diradati, i rami e le branche con corteccia fessurata vengono eliminati. La chioma potrà riformarsi in modo equilibrato.
4) Quando i rami di 1 anno e le branche di 2 anni hanno la corteccia con spaccature diffuse e profonde, essi sono destinati a seccarsi rapidamente. La ricostituzione dovrà essere fatta sulle branche principali. In questo caso saranno scelte quelle che per conformazione e numero sono più rispondenti, abbassando la cima per permettere un più uniforme rivestimento di vegetazione lungo tutto l’asse. Se l’intervento viene eseguito verso fi ne aprile, l’inizio di sviluppo delle gemme avventizie potrà confermare la validità delle branche su cui la ricostituzione viene effettuata.
5) Se la defogliazione è completa e la corteccia delle branche principali e del tronco è rimasta integra, ma in qualche zona di depressione si è distaccata dal legno, (rilevabile dal suono di vuoto che si ha battendo la branca), anche se è ipotizzabile la ricostituzione sulle branche principali è bene attendere l’inizio della vegetazione per verificare quali organi sono rimasti pienamente vitali. Solo allora è conveniente eseguire la potatura di ristrutturazione, cercando di tagliare non sulle zone terminali che hanno manifestato di rivegetare, ma più in basso, per non lasciare zone parzialmente necrosate. L’operazione dovrà essere eseguita in maggio.
6) Quando vi sono spaccature sulle branche principali e sui tronchi, la parte epigea è compromessa e si può prendere immediatamente una decisione, cioè il taglio al ciocco oppure la estirpazione. Per le piante comunque danneggiate ai diversi livelli, qualora la forma adottata non si sia mostrata rispondente, è opportuno procedere alla riforma della pianta. Una di queste riguarda la sostituzione del monocono con la forma a vaso. La stroncatura dell’asse principale a m 1,30-1,40 è l’operazione di partenza, da esso verranno scelti i 3-4 succhioni meglio disposti per la formazione delle branche principali. Per il taglio al ciocco occorre scalzare la ceppaia e poi tagliarla un decimetro circa sotto il livello del terreno, per asportare le zone devitalizzate e per promuovere lo sviluppo dei polloni dagli ovuli più bassi e più esterni della ceppaia. A completamento della operazione è necessario eliminare qualsiasi altra porzione cariata della ceppaia.



















