Tripide dell’olivo, il parassita che ha superato indenne l’inverno

Registrata una maggiore attività di questo fitofago minore, capace però di aggredire i nuovi germogli della pianta dell'olivo creando danni. Diagnosi e strategie di difesa
Tecnica
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In diversi oliveti è stata segnalata la comparsa di foglie adulte con deformazioni evidenti, ispessimenti del lembo e arricciamenti irregolari. A un primo sguardo possono sembrare sintomi recenti: in realtà, sono indicazioni d’infestazioni partite lo scorso autunno, lasciate dal tripide dell’olivo (Liothrips oleae), un fitofago che negli ultimi anni sta cambiando ruolo e pericolosità.

La presenza di queste foglie deformate denota che il parassita ha superato indenne l’inverno. Con il rialzo termico, gli adulti abbandonano i ripari nella corteccia per spostarsi verso i nuovi germogli, dove trovano tessuti teneri e ricchi di linfa. È qui che il tripide compie il danno principale: le sue punture, accompagnate dall’immissione di saliva fitotossica, alterano i processi di distensione cellulare. Le foglie assumono così la tipica conformazione “a barchetta” o “a prezzemolo”, diventano coriacee e perdono elasticità. Gli internodi si accorciano e i germogli si affastellano, dando alla chioma un aspetto disordinato e sofferente.

Il tirpide dell’olivo

Storicamente considerato un fitofago minore, oggi il tripide mostra una vitalità nuova. Le primavere calde anticipano l’attività degli adulti, mentre le giornate ventose ne favoriscono la dispersione passiva, essendo l’insetto un debole volatore. Gli oliveti molto spinti, con vegetazione tenera e ricca di azoto, risultano i più attrattivi. A complicare il quadro contribuisce la riduzione degli antagonisti naturali, come crisopidi e acari predatori, che un tempo tenevano a freno le popolazioni.

La diagnosi non è sempre immediata, poiché i sintomi possono sovrapporsi alla carenza di boro. Esiste però una differenza sottile ma fondamentale, la carenza di boro presenta solitamente clorosi, ingiallimenti, apicali e una maggiore fragilità meccanica delle foglie.
Nel caso del tripide, invece, prevalgono l’ispessimento del lembo, le punture di nutrizione visibili controluce e il tipico “affastellamento” dei germogli.

Rimane sempre importante e necessario osservare i germogli apicali e aprire delicatamente le foglioline ancora chiuse per scovare le neanidi, le forme giovanili, che lì dentro restano protette dai trattamenti superficiali.

Il danno alle foglie dell’olivo

In questa fase, più che puntare su insetticidi di contatto a breve durata, che rischierebbero di colpire solo gli insetti utili, la strategia passa per interventi a base di sapone molle di potassio. Aggiunto ai trattamenti rameici primaverili, questo prodotto migliora la bagnatura e svolge un’azione lavante, rendendo la superficie dei germogli meno ospitale per i tripidi.

È possibile anche aggiungere Boro etanolammina: questo microelemento aiuta la distensione dei tessuti, riducendo la suscettibilità alle malformazioni e sostenendo la pianta nello sforzo vegetativo. Negli oliveti con forte pressione storica, si può valutare in aggiunta l’impiego di prodotti naturali a base di olio di Neem, che esercitano un’azione repellente e anti-feeding sulle neanidi.

Il tripide dell’olivo non è un’emergenza improvvisa, ma un segnale della risposta dell’oliveto ai cambiamenti climatici. Osservarlo con attenzione significa comprendere meglio l’equilibrio complesso che regola la salute delle nostre piante e intervenire solo quando l’equilibrio pende pericolosamente dalla parte del parassita.

Direttore AIPO
Associazione Interregionale
Produttori Olivicoli

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