Terreno dell’oliveto inerbito o lavorato? Non c’è confronto!

Uno studio ribalta vecchie convinzioni: l'inerbimento tra i filari degli olivi e lo spandimento di compost da sansa aumenta il contenuto organico nel suolo e immagazzina più acqua
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C’è un dogma che resiste da generazioni: per difendere gli olivi dalla siccità bisogna arare continuamente il terreno. È la cosiddetta aridocoltura, una tecnica che affida alle lavorazioni meccaniche il compito di eliminare le erbe infestanti e trattenere l’umidità. Ma siamo sicuri che questa pratica funzioni davvero?

Una risposta scientifica e dirompente arriva da una ricerca condotta in Basilicata, i cui risultati mettono in discussione i metodi tradizionali, definendo le frequenti lavorazioni del terreno come una pratica “depauperatrice”. Lo studio ha dimostrato che rivoltare continuamente la terra, soprattutto nel clima mediterraneo, distrugge la sostanza organica e finisce per ottenere l’effetto opposto a quello sperato: impoverisce il suolo e lo rende impermeabile.

I ricercatori hanno messo a confronto due diversi modelli di gestione in un oliveto di Ferrandina (Matera), popolato da piante mature di varietà Maiatica. Il primo modello, quello “Aziendale”, ha seguito la tradizione: fresatura del terreno a 10 centimetri e rimozione dei residui di potatura. Il secondo, denominato “Sostenibile”, ha previsto l’inerbimento spontaneo con almeno due sfalci all’anno e il riciclo del materiale di potatura, trinciato e lasciato sul campo come concime naturale (mulching).

I risultati non lasciano spazio a dubbi. Nel sistema sostenibile, lo strato superficiale del suolo ha registrato un netto aumento di carbonio organico. Ma la vera sorpresa riguarda l’acqua. Contrariamente a quanto tramandato dalla tradizione contadina, il terreno lavorato non trattiene la pioggia. Sotto i primi centimetri si forma infatti una suola di lavorazione, uno strato compatto e impermeabile che impedisce all’acqua di scendere in profondità. Durante i brevi ma intensi nubifragi, ormai sempre più frequenti, l’acqua non penetra, scorre in superficie e provoca pericolosi fenomeni di erosione e frane.

Al contrario, nell’oliveto “green” con l’erba, la terra mantiene una struttura porosa e omogenea. L’acqua si infiltra liberamente lungo tutto il profilo del terreno, accumulandosi tra i 100 e i 200 centimetri di profondità. I dati parlano chiaro: nel periodo monitorato, il sistema sostenibile ha immagazzinato ben 1.710 metri cubi di acqua per ettaro nella parte alta dei versanti, contro i miseri 750 metri cubi del sistema lavorato. Una riserva idrica preziosissima che le radici profonde degli olivi possono sfruttare nei mesi estivi di massima siccità.

La seconda parte della ricerca, svolta a Matera su cultivar Cima di Taranto e Ghiannara, ha invece analizzato il riciclo dei sottoprodotti della filiera olearia per nutrire la terra. Sono stati testati gli effetti delle acque di vegetazione, di un concime organo-minerale e del compost derivato dalla sansa, distribuito in due diverse quantità.

Anche in questo caso la scienza ha riservato una sorpresa: “più” non significa sempre “meglio”. Il trattamento con una dose moderata di compost di sansa ha dato i risultati migliori, arricchendo il terreno di carbonio di alta qualità. Raddoppiare la dose di compost, invece, si è rivelato controproducente. Quantità eccessive interagiscono male con il terreno, rendendolo idrofobico, cioè capace di respingere l’acqua, e più vulnerabile all’erosione.

La ricerca lancia un messaggio chiaro al mondo agricolo: abbandonare l’aratro a favore dell’inerbimento controllato e dosare con intelligenza i sottoprodotti del frantoio non è solo una scelta ecologica, ma una necessità economica per proteggere il territorio e garantire il futuro dell’olio italiano.

Studio condotto da ricercatori del Centro di ricerca per l’agrobiologia di Firenze e dell’Università della Basilicata

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Tags: in evidenza, inerbimento, oliveto, terreno

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