Altragricoltura torna a contestare l’adozione della circolare sulle miscele tra olio extravergine e vergine, riproponendo una domanda precisa: questo provvedimento è utile a salvare il reddito di chi produce o è solo l’ennesimo impianto burocratico che lascia soli gli agricoltori di fronte ai mercati? E partendo da questa domanda evidenzia le enormi difficoltà in cui versano gli olivicoltori.
“Continuiamo a chiederci – scrivono gli esponenti di Altragricoltura – perché il Governo interviene sulla classificazione dell’olio, ma non costruisce una misura capace di difendere il reddito di chi quell’olio lo produce. A distanza di settimane, per il reddito di chi lavora la terra non si vede alcun miglioramento. Anzi, la nuova disciplina rende visibile un problema molto più grande: un sistema che continua a produrre valore commerciale lungo la filiera senza garantire che quel valore torni almeno in parte a chi produce.

Sia chiaro un punto: noi non chiediamo affatto di chiamare extravergine ciò che extravergine non è. La tutela della qualità e della trasparenza per chi compra è sacrosanta. Ma il problema dell’olivicoltore non è una definizione formale su un registro; è l’olio fermo nelle cisterne. Sono le giacenze di una campagna agraria il cui costo di produzione è già stato sostenuto — tra potature, frantoio, gasolio, energia e manodopera — e che, se perdono i requisiti, rischiano di svalutarsi proprio mentre banche e fornitori bussano alla porta.
I numeri parlano da soli. A fine luglio, sulle piazze di Brindisi, Lecce e Taranto, i listini ISMEA segnavano 4,80 euro al chilo per l’extravergine e 3,50 euro per il vergine: un euro e trenta di differenza. Prendiamo quei listini come riferimento: una partita di 100 tonnellate stoccata nei serbatoi di una cooperativa o di un frantoio, se valorizzata come vergine anziché come EVO, subisce una perdita di valore teorica di 130 mila euro. Centrotrentamila euro in meno. Chi sta sul trattore non vive di categorie merceologiche, vive di ciò che gli resta in tasca dopo aver saldato i conti.
Eppure il dibattito istituzionale continua sistematicamente a rimuovere il problema: un prezzo di mercato non è automaticamente un prezzo remunerativo per chi produce. Possiamo anche continuare a discutere di categorie, etichette e mercati, ma se l’olio viene venduto a cifre che non coprono i costi reali della terra, la filiera commerciale e l’industria possono anche continuare a fatturare, ma l’olivicoltura muore. Il problema, allora, non è soltanto quanto vale una tonnellata di olio sui listini; è quanto di quel valore torna almeno in una parte ragionevole a chi ha coltivato le olive. Se il valore resta bloccato a valle e non torna a monte, l’agricoltura italiana continuerà a perdere aziende anche quando il mercato dell’olio cresce.
La questione non è teorica. I dati ufficiali dell’ICQRF al 31 luglio 2026 indicano che nei serbatoi italiani risultano oltre 108 mila tonnellate di olio extravergine di origine italiana. Ma nei dati nazionali figurano complessivamente 233.377 tonnellate di oli in giacenza, con una crescita dello stock totale del 43,9% rispetto all’anno scorso (di cui 185.373 tonnellate classificate come EVO).
Di chi è quell’olio? Sarebbe interessante sapere quanto di quelle scorte è di origine italiana e quanto arriva da fuori. Sarebbe utile sapere chi le detiene e quale mercato devono alimentare. Se il mercato è saturo, dobbiamo capire quanta parte della saturazione viene dai nostri oliveti e quanta dall’importazione. Il produttore italiano non può diventare il magazzino di compensazione degli squilibri del commercio internazionale.
La realtà è che la produzione finisce di trovarsi stritolata. L’olio non è come il vino, con il tempo non migliora. Se resta troppo nelle cisterne può ossidarsi e perdere i requisiti qualitativi della categoria. Con le nuove disposizioni non c’è nemmeno più la possibilità di utilizzare la miscelazione per mantenere sul mercato interno la classificazione EVO della partita, ma mentre si chiude questa porta, non si costruisce alcun paracadute per evitare che il peso della svalutazione scarichi interamente sul primo anello della catena.
Allo Stato non chiediamo di intervenire con denari pubblici per salvare indistintamente chiunque abbia olio fermo nei magazzini. Non chiediamo aiuti a chi ha assunto un rischio commerciale nello stoccaggio o nella compravendita del prodotto sul mercato. Le risorse pubbliche devono servire a difendere il reddito agricolo e la produzione reale, non a socializzare il rischio d’impresa degli operatori commerciali.
Nel mercato non parte alla pari chi può aspettare e chi deve vendere. Chi ha liquidità e spalle finanziarie capienti può gestire il tempo e attendere il momento favorevole. Chi deve pagare i lavoratori, saldare il frantoio e coprire le scadenze non può aspettare: subisce il momento e parte con un enorme svantaggio. Il problema è che quelle cisterne non sono ferme fuori dal tempo. Dietro di loro c’è già la nuova campagna che incalza: tra poche settimane bisogna tornare in campo, sostenere nuovi costi e trovare la liquidità per raccogliere, mentre il prodotto della stagione precedente rischia di perdere valore. Questa è la tenaglia che rischia di far saltare le aziende agricole nei prossimi mesi.
A questo si aggiunge la nota del Ministero dell’11 agosto, che introduce una distinzione che il Governo ha il dovere di spiegare. Sul mercato nazionale la miscelazione tra extravergine e vergine fa scivolare il prodotto nella categoria dell’olio vergine; per l’esportazione verso l’estero, invece, la commercializzazione come extravergine resta possibile, a patto che il prodotto finale rispetti i parametri chimici e organolettici dell’EVO. La domanda è semplice: se il prodotto finale rispetta tutti i requisiti dell’extravergine, perché in Italia viene declassato e all’estero no? E soprattutto: quale problema del produttore agricolo risolve questa scelta? Si costruisce così un sistema a due velocità: da una parte il prodotto italiano sfuso esposto al rischio di svalutazione, dall’altra chi ha reti commerciali estere ed è più forte sul piano finanziario.
Di fronte a questo scenario non servono tavoli di facciata, buoni per le passarelle e la propaganda. Per evitare che la crisi delle giacenze soffochi le campagne, servono scelte di politica economica immediate. Va dichiarato lo stato di crisi di settore a livello nazionale, attivando moratorie bancarie e strumenti di garanzia sul credito per evitare vendite forzate a prezzi non remunerativi determinate dalla necessità di liquidità. Serve un censimento trasparente e digitale attraverso un Cruscotto Pubblico dell’Olio gestito da ISMEA: perché non possiamo governare ciò che non vediamo, e dobbiamo sapere con certezza quanta parte dello stock è riconducibile alla produzione e quanta è detenuta per attività commerciali. Serve un Fondo straordinario per lo stoccaggio assistito riservato esclusivamente all’olio di origine italiana riconducibile alla produzione agricola nazionale. E servono norme ferree contro le pratiche commerciali sleali, l’uso dell’olio come prodotto civetta nella Grande Distribuzione e il rafforzamento della tracciabilità dei flussi esteri, anche alla luce delle criticità evidenziate dalla Corte dei Conti Europea nella sua Relazione Speciale n. 01/2026.
Quando un olivicoltore non riesce più a remunerare il proprio lavoro, la crisi non finisce nel bilancio aziendale: si sposta direttamente sull’oliveto, sulla manutenzione degli alberi e sulla capacità stessa di programmare la raccolta dell’anno successivo. Perdere valore nell’olio non significa soltanto registrare una perdita su una scheda contabile: significa perdere gli oliveti. E perdere gli oliveti significa perdere aziende, lavoro rurale, presidio del territorio, paesaggio e sovranità alimentare.
Dentro una cisterna d’olio non c’è una semplice voce di registro. Ci sono mesi di fatica, investimenti e la dignità del lavoro rurale. Dietro quelle cisterne c’è già la nuova campagna che incalza: altre olive da raccogliere, altri lavoratori da pagare, altro gasolio da mettere nei trattori.
Il Governo dica chiaramente da che parte vuole stare. Il reddito agricolo non è un premio eventuale concesso dalle fluttuazioni del mercato: è la prima condizione inderogabile perché l’olivicoltura italiana continui a esistere.
Le regioni meridionali (in cui forte e strategico è il ruolo dell’olivicoltura) guidate da Calabria e Puglia hanno chiesto e proposto al Governo di mettere in campo una strategia coordinata e finalizzata ad affrontare la crisi. Nei prossimi giorni la Federazione degli Agricoltori e dei Contadini di Altragricoltura chiederà incontri a tutte le regioni meridionali e si convoca per prepararci con le proposte alla inevitabile mobilitazione d’autunno”.



















