Sessantamila chili di olio tunisino di scarsa qualità pronti a essere spacciati per eccellente extravergine d’oliva italiano. È questo il bilancio del maxi-sequestro eseguito al porto di Palermo dai militari della Guardia di Finanza, insieme ai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e agli ispettori dell’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi).
Il carico, del valore stimato sul mercato di oltre 300 mila euro, viaggiava a bordo di un’autobotte sbarcata da una nave proveniente da Tunisi. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il mezzo avrebbe dovuto raggiungere la Calabria per consegnare il prodotto a un oleificio della provincia di Reggio Calabria.
Il meccanismo della frode
A tradire l’importatore sono state le anomalie riscontrate nella documentazione doganale e commerciale. Nonostante il carico fosse ufficialmente registrato e dichiarato come “olio extravergine d’oliva”, le analisi organolettiche e i controlli fisici hanno rivelato una realtà ben diversa: si trattava in realtà di semplice olio vergine, declassato a causa di un evidente difetto di “rancido”.
L’imprenditore calabrese destinatario della spedizione è stato denunciato a piede libero per falso ideologico e frode alimentare. Senza il tempestivo intervento delle fiamme gialle e dei funzionari doganali, l’olio difettoso sarebbe stato imbottigliato e distribuito sugli scaffali dei supermercati italiani ed europei con la fallace etichetta di “100% italiano”.



















