Così i residui fitosanitari quest’anno condizionano l’olio nuovo

Estate torrida e stress idrico alterano la degradazione dei trattamenti nelle olive. Ecco perché servono prudenza e margini di sicurezza estesi
Tecnica
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La campagna olivicola 2026/2027 entra nel vivo e, insieme alle operazioni di raccolta e molitura, torna il tema delicato delle analisi multiresiduo sull’olio nuovo. Dal punto di vista normativo non si registrano variazioni sostanziali rispetto allo scorso anno, i limiti massimi di residuo (LMR) rimangono invariati. La vera variabile della stagione non sta quindi nella legge, ma potrebbe essere nel clima.

L’estate, straordinariamente torrida, impone una riflessione sul comportamento dei pochi principi attivi ancora disponibili per la difesa dell’olivo. In particolare, occorre valutare se le temperature estreme possano aver influenzato la stabilità chimica dei trattamenti e la loro eventuale rilevabilità in fase di analisi. Si tratta di una pura ipotesi di lavoro, una considerazione agronomica plausibile, che dovrà trovare eventuale conferma o smentita unicamente attraverso la prova delle analisi di laboratorio.

Tra gli operatori circola da tempo la convinzione intuitiva che il sole “pulisca” le olive, accelerando la fotodegradazione dei prodotti chimici. Le osservazioni di campo sulla fisiologia della pianta suggeriscono però una dinamica più articolata.

Per difendersi dallo stress idrico e dal calore eccezionale, la drupa risponde ispessendo la propria cuticola cerosa, lo strato fondamentale che regola la traspirazione e protegge il frutto dalla disidratazione. Su questa modificazione fisiologica s’innesta un’ipotesi teorica: un simile adattamento potrebbe alterare la persistenza di molecole fortemente lipofile come la Deltametrina.

In condizioni ordinarie la molecola si lega alle cere epicuticolari ed è soggetta a un rapido decadimento per fotodegradazione. Ma uno strato insolitamente più spesso, schermando la molecola dalla luce e trattenendola nei tessuti superficiali, potrebbe averne rallentato il normale degrado? È un interrogativo la cui eventuale risposta spetterà unicamente alle verifiche analitiche.

Le sostanze idrofile, come Acetamiprid e Flupyradifurone, affrontano dinamiche differenti. Essendo prodotti sistemici o citotropici, penetrano nei tessuti e si degradano attraverso le vie metaboliche della pianta. In presenza di forte disidratazione e stress idrico, il flusso linfatico si riduce e l’attività metabolica si contrae, di conseguenza, i principi attivi possono impiegare un po’ più tempo del previsto per essere degradati.

A questo quadro si aggiunge la principale novità analitica della stagione relativa all’Acetamiprid, il Regolamento UE 2025/158 impone ai laboratori di cercare non solo la molecola madre, ma anche il suo metabolita principale, IM-2-1, più stabile e persistente. In un’annata di stress termico, le alterazioni fisiologiche della pianta possono favorire la formazione e la permanenza di questo metabolita anche quando l’agricoltore ha rispettato rigorosamente i tempi di carenza.

Ma per quale motivo ci si trova oggi a gestire il rischio di sostanze attive così a ridosso della raccolta? La risposta risiede nello stesso fattore climatico. Le temperature estive sopra i 35 °C avevano temporaneamente bloccato le ovideposizioni della mosca, spingendo molti olivicoltori a sospendere la difesa. Con il calo termico di fine estate e il ritorno dell’umidità, il fitofago ha ripreso l’attività proprio in fase di invaiatura, rendendo necessari, dove non si è gestita preventivamente la popolazione, trattamenti d’emergenza.

In queste situazioni, quando si rende inevitabile un intervento di soccorso a ridosso della maturazione, la semplice osservanza del tempo di carenza standard indicato in etichetta potrebbe rivelarsi al limite.

Se la fisiologia della pianta ha subito una contrazione metabolica e la degradazione molecolare risulta più lenta del normale, la scelta agronomica più prudente è estendere precauzionalmente il tempo di carenza di qualche giorno oltre il minimo di legge previsto nell’etichetta, garantendo un margine di sicurezza effettivo per scongiurare qualsiasi traccia nell’olio estratto.

La campagna 2026/2027 dimostra quindi che le dinamiche climatiche estreme impongono una gestione flessibile e cautelativa della chimica in campo. Di fronte a stagioni torride, la strategia più efficace per tutelare la qualità dell’olio si gioca anche su una scelta di responsabilità, ampliando i margini di sicurezza se si effettuano trattamenti tardivi per azzerare il rischio di tracce analitiche negli oli.

Direttore AIPO
Associazione Interregionale
Produttori Olivicoli

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Tags: in evidenza, olio di oliva, raccolta olive, residui fitosanitari

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