Ci sono anche importanti marchi italiani tra gli oli venduti in supermercati brasiliani come extravergini e rilevatisi invece oli vergini se non addirittura lampanti.
Secondo quanto riportato dalla testata giornalistica Olimerca.com, i controlli erano stati disposti dal Ministero dell’Agricoltura in ottemperanza a un’ordinanza del tribunale emessa nell’ambito di un’azione civile pubblica promossa dalla Procura di San Paolo.
Ebbene, analisi preliminari effettuate dal laboratorio del Ministero, secondo quanto riportato, hanno evidenziato che marchi come Andorinha, Gallo, Gomes da Costa, Filippo Berio e Carrefour, tra gli altri, etichettati come extravergine, sarebbero stati in realtà identificati come oli d’oliva vergini. Le etichette di marchi come Costa D’Oro e Terras de Camões sarebbero stati classificate dal laboratorio ufficiale come lampante, ovvero non idonee al consumo. Il Ministero ha precisato che i risultati sono preliminari e non costituiscono ancora una conclusione definitiva sulla conformità dei marchi.

L’analisi, evidenzia Olimerca, è stata determinata nell’ambito di un’azione civile pubblica intentata dalla Procura Federale (FFP) di San Paolo contro il Ministero dell’Agricoltura e l’Anvisa (l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Sanitaria del Brasile), che sta indagando su frodi nel mercato degli oli extravergini di oliva venduti in Brasile e chiede l’adozione di misure giudiziarie per intensificare il controllo sull’importazione di olio d’oliva sfuso e pre-imbottigliato.
Con la pubblicazione dei rapporti del Laboratorio Federale per la Difesa Agricola (LFDA) del Ministero dell’Agricoltura, responsabile delle analisi sensoriali degli oli d’oliva raccolti, il procuratore Karen Louise Jeanette Kahn ha affermato che il procedimento sta entrando in una nuova fase, con l’adozione di provvedimenti legali basati sui risultati delle analisi. “Presenteremo alcune richieste al tribunale in merito a quanto già richiesto nell’azione iniziale, perché, di fatto, e sebbene alcune analisi siano ancora in corso, i nostri sospetti sono stati confermati”, ha dichiarato il procuratore.
Costa D’Oro ha contestato il risultato brasiliano. Secondo quanto riferito al Jornal do Comércio, l’azienda ha presentato un certificato rilasciato in Italia da Coteca, laboratorio riconosciuto dal Consiglio Oleicolo Internazionale, nel quale il campione risultava extravergine. La società sostiene inoltre che il prodotto sia rimasto circa 35 giorni in transito e altri 60 giorni stoccato in Santa Catarina durante l’estate, ipotizzando che trasporto e conservazione possano averne alterato le caratteristiche. L’azienda afferma anche che il lotto, di circa 1.200 litri, è stato distrutto prima di arrivare ai consumatori.
In attesa che i brand coinvolti possano chiarire la loro posizione e dimostrare il rispetto del proprio operato, la vicenda ha comunque riacceso il dibattito sulla qualità dei prodotti offerti ai consumatori. Secondo l’Istituto Oleicolo Brasiliano (Ibraoliva), i risultati rafforzano la necessità di intensificare i controlli sui prodotti importati commercializzati come olio extravergine d’oliva, garantendo che la classificazione indicata in etichetta corrisponda alle reali caratteristiche del prodotto . Il presidente dell’Istituto Brasiliano dell’Oliva (Ibraoliva), Flávio Obino Filho, ha dichiarato che i risultati confermano le lamentele presentate dall’organizzazione, che rappresenta i produttori del paese sudamericano. “I risultati contribuiscono a spiegare la differenza di prezzo rispetto all’olio d’oliva brasiliano. Si tratta di oli d’oliva spesso rancidi, ammuffiti e privi di aroma fruttato, probabilmente conservati per anni prima di essere venduti sul mercato brasiliano”, ha concluso.


















