Se l’Italia dell’olio piange per prezzi in calo e giacenze elevate, anche la Spagna non ride. L’andamento dei prezzi dell’olio d’oliva alla fonte nel paese iberico non risponde più alle logiche del mercato, ma a strategie commerciali opportunistiche guidate da un ristretto gruppo di grandi operatori. È la dura denuncia presentata in Spagna dall‘Associazione Tradizione e Progresso dell’Olivo (OliveA), che punta il dito contro l’impennata delle importazioni dalla Tunisia usate per rimpiazzare il prodotto locale e spingere al ribasso i compensi destinati agli agricoltori.
Secondo i dati doganali e dell’Associazione, come riportato da Olimerca, dal 2016 le importazioni di olio tunisino sono aumentate dell’85%, stabilizzandosi su una media annua di 123.000 tonnellate. La Spagna si conferma il principale punto d’accesso europeo attraverso due canali: la quota annua esente da dazi di 56.700 tonnellate concessa dall’Unione Europea e, soprattutto, il regime di perfezionamento attivo (IPR). Quest’ultimo strumento permette l’ingresso di olio a dazio zero senza limiti quantitativi, a patto che venga lavorato e riesportato entro sei mesi.
OliveA precisa che si tratta di un meccanismo del tutto legale e sottoposto a rigidi controlli doganali. Il nodo della questione risiede però nel suo stravolgimento operativo: da misura eccezionale per far fronte a momenti di carenza produttiva, l’IPR si è trasformato in uno strumento strutturale capace di alterare l’intero settore.
I dati evidenziano con chiarezza questo cambio di passo. Nel 2025, il 61% dell’olio d’oliva importato dalla Tunisia (circa 95.000 tonnellate) è entrato proprio tramite la trasformazione attiva. Nei primi quattro mesi del 2026, la quota è schizzata al 96%, pari a 37.400 tonnellate autorizzate. “Il problema non è l’esistenza del meccanismo, ma il modo in cui viene utilizzato”, spiega José Gilabert per OliveA. “Ogni tonnellata importata a basso costo per essere riesportata è una tonnellata tolta agli oliveti spagnoli, con una pressione diretta sui listini riconosciuti ai nostri produttori”.
Mentre l’olio estero affluisce nei canali commerciali, il prodotto nazionale resta fermo nei silos. L’80% delle giacenze spagnole si concentra in sole quattro province andaluse simbolo dell’olivicoltura tradizionale: Jaén ne custodisce circa 160.000 tonnellate (il 38% del totale nazionale), Córdoba 102.000 (24%), Siviglia 48.000 (11%) e Granada 22.500 (5%).
Di fronte a questo scenario, OliveA chiede l’immediata e rigorosa applicazione della Legge sulla Filiera Alimentare. L’associazione sollecita l’adozione come parametro di riferimento dello studio sui costi dell’Associazione Spagnola dei Comuni Olivicoli (AEMO), che registra un incremento cumulato dei costi di produzione di circa il 57% negli ultimi sei anni, spinto dai rincari di manodopera, energia, macchinari e fertilizzanti.


















