ll Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in sinergia con il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, ha convocato per il 17 settembre, dalle ore 10 alle ore 12, una riunione dedicata all’ascolto delle istanze rappresentate da tutte le principali associazioni dei frantoiani. Alle associazioni viene chiesta una partecipazione attiva per rappresentare “criticità e proposte”.
Nulla da eccepire sulla necessità del confronto. Il problema è che quelle criticità sono ormai talmente evidenti, documentate e ripetutamente denunciate da rendere difficile considerarle ancora come qualcosa da scoprire attraverso l’ascolto della filiera.
Una crisi arcinota

Da mesi il settore sta mettendo in fila gli stessi numeri e gli stessi allarmi: giacenze elevate, quotazioni in forte ridimensionamento, capitale immobilizzato nelle cisterne, difficoltà di accesso al credito e, soprattutto, il rischio che i frantoi non dispongano delle risorse finanziarie e degli spazi necessari per affrontare la nuova campagna.
L’OlivoNews aveva già evidenziato come le giacenze complessive di olio in Italia fossero a 185.373 tonnellate, di cui 108.299 di origine nazionale. Nonostante il calo mensile, l’olio italiano in deposito risultava ancora superiore del 46% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Non sono numeri astratti. Per un frantoio significano prodotto fermo, capitale immobilizzato, costi di stoccaggio e minore capacità di finanziarsi per la campagna successiva.
Il problema non è solo quanto olio c’è, ma quante risorse sono lì immobilizzate.
È questo probabilmente il punto che più di ogni altro dovrebbe essere già acquisito nel dibattito istituzionale.
Il frantoio rappresenta l’anello che collega l’olivicoltore al resto della filiera. Deve ritirare le olive, trasformarle, gestire il prodotto, conservarlo e, in molti casi, anticipare risorse economiche prima che quell’olio venga effettivamente venduto.
Se però nelle cisterne rimane una quantità significativa di olio della precedente campagna, quel capitale non può essere utilizzato per finanziare la successiva. E se contemporaneamente le quotazioni scendono, il valore di quel magazzino si riduce mentre i costi finanziari e operativi restano.
È esattamente la situazione descritta dalle associazioni dei frantoiani già alla fine di luglio: depositi saturi e mancanza di liquidità potevano impedire a numerosi frantoi di ritirare e pagare la nuova produzione.
Il rischio, dunque, non riguarda soltanto il bilancio dei frantoi. Se il frantoio non ha liquidità o spazio, il problema si trasferisce immediatamente all’olivicoltore. E la conseguenza estrema è quella più paradossale: olive sugli alberi perché non c’è certezza di poterle conferire, trasformare e collocare sul mercato.
Dal Masaf al Mimit

La questione è stata sollevata con forza da Regioni e organizzazioni di settore. Puglia e Calabria solo lunedì hanno avuto udienza al Ministero dell’Agricoltura, dove per altro sono state annunciate prossime azioni, impegni precisi, massima attenzione, senza però nulla di effettivamente concreto ed operativo.
E, tra l’altro, proprio sul nodo istituzionale si era aperto un ulteriore capitolo: i frantoi sono imprese artigiane e non agricole. Da qui la necessità di coinvolgere il Mimit accanto al Masaf, per individuare competenze e strumenti di intervento adeguati.
Da questo punto di vista, la riunione del 17 settembre rappresenta certamente un passaggio importante. Ma arriva dopo una lunga sequenza di segnalazioni, comunicati, richieste di tavoli e appelli.
Ora non servono altre fotografie della crisi
Il timore è che anche questa convocazione possa trasformarsi nell’ennesimo momento di ricognizione: le associazioni illustrano la situazione, i ministeri prendono atto, si individuano le criticità e si rinvia a un successivo approfondimento.
Ma il settore non ha bisogno di un’altra fotografia della crisi. Quella fotografia esiste già.
Esistono i dati sulle giacenze. Esistono le rilevazioni dell’ICQRF. Esistono le denunce delle associazioni. Esistono le richieste delle Regioni. Esistono gli articoli e gli approfondimenti pubblicati dalla stampa specializzata. E, soprattutto, esistono imprese che tra poche settimane dovranno decidere se e come affrontare la nuova campagna.
Dall’ascolto alle decisioni

È proprio per questo che il 17 settembre dovrebbe rappresentare qualcosa di diverso da una semplice audizione.
Le associazioni dei frantoiani dovrebbero poter portare al tavolo non soltanto l’elenco delle difficoltà, ma soprattutto una richiesta precisa di tempi e strumenti: come liberare capitale dalle giacenze, come garantire liquidità alle imprese, come rendere disponibili spazi per il nuovo olio e come assicurare che la raccolta possa partire senza scaricare l’emergenza finanziaria sui produttori.
Tra le soluzioni già indicate dal settore ci sono la moratoria delle esposizioni bancarie, strumenti di garanzia pubblica, sostegni temporanei allo stoccaggio e interventi capaci di favorire lo smaltimento delle giacenze senza costringere le imprese a svendere il prodotto.
Non è quindi più tempo di chiedersi “quali sono le vostre criticità?”.
La domanda dovrebbe essere: “quale intervento possiamo mettere in campo subito per evitare che queste criticità diventino un blocco della campagna?”
Perché la vera emergenza non sarà quando i frantoi resteranno senza spazio o senza liquidità. Sarà quando le olive saranno pronte per essere raccolte e qualcuno scoprirà che non c’è più nessuno in grado di comprarle.
A quel punto, ascoltare sarà certamente troppo tardi.


















