di Francesca Gambin e Roberta Ruggeri
Analizzando i listini e le dinamiche di scambio di questi ultimi giorni, ci si trova di fronte a una crisi profonda. Il passaggio dai picchi di valore registrati tra il 2023 e il 2024 ai livelli attuali è il segnale di un sistema che deve ritrovare una rotta condivisa.
Si parla di “bolla speculativa” per spiegare il calo delle quotazioni, ma questa tesi vacilla se confrontata con la realtà agronomica.
I prezzi toccati nel biennio di scarsità internazionale riflettevano, in larga parte, il notevole aumento dei costi di produzione, energia, mezzi tecnici, manodopera e l’incertezza climatica hanno pesato e pesano ancora, sui bilanci aziendali.
Se il 2024 è stato un tentativo di allineare il valore dell’extra vergine al costo reale di produzione, il crollo odierno verso la soglia dei 6,00 – 6,50 €/kg non rappresenta una correzione fisiologica, ma una marginalizzazione del lavoro dell’olivicoltore.
Mentre le aziende sono impegnate nelle fasi di accrescimento delle olive, operazioni che richiedono investimenti immediati e certi, nella difesa fitosanitaria e nella fertilizzazione, il mercato offre margini che mettono alla prova la sostenibilità delle imprese.
L’aumento dell’incidenza dei costi tecnici, dai concimi alla gestione idrica, impone una soglia di prezzo sotto la quale la qualità non è più sostenibile.

Per comprendere la profondità della paralisi attuale, osserviamo le quotazioni medie che caratterizzano le piazze principali in questo mese di giugno mostrano quotazioni €/kg all’ingrosso franco partenza per:
• un extravergine tra 6,00 e 6,50,
• un raffinato a 3,30,
• la sansa a 2,00,
• il lampante tra 2,60 e 2,90
Come evidenziano i dati, il differenziale tra il prodotto d’eccellenza e i raffinati rimane sotto osservazione, ma è il settore dell’extra vergine a destare la maggiore preoccupazione. Senza un margine adeguato, l’olivicoltore è costretto a ridurre gli investimenti agronomici, innescando una spirale discendente che penalizza proprio quella qualità che il mercato dice di voler premiare..
È in questo divario che risiede la sfida: comprendere come tutelare il valore del lavoro agricolo in un mercato che oggi non lo riconosce. Dobbiamo guardare in faccia la realtà, la domanda domestica è in calo da più mesi. Le contingenze internazionali, dalla crisi energetica alla compressione dei salari, hanno trasformato le abitudini dei consumatori, oggi più sensibili al prezzo dopo anni di volatilità.

La prudenza della Grande Distribuzione riflette l’incertezza dei consumi e la necessità di ripensare il valore dell’olio italiano come prodotto identitario, non solo commerciale. La tensione è alimentata anche dall’attuale livello di giacenze, che frena il turnover commerciale e trasforma il prodotto in una passività finanziaria per chi lo stocca.
Il mercato sconta una saturazione tecnica che rende difficile la ripartenza dei prezzi se non a fronte di una drastica pulizia degli stock o di una nuova strategia di posizionamento. Si confida, però, che in questa fase critica possono germogliare i semi per una trasformazione necessaria.
La crisi attuale deve essere il catalizzatore per evolvere da “produttore di commodity” a “impresa del valore”. Questo momento non deve essere visto come una resa, ma come l’opportunità per superare vecchie inerzie. Il cambiamento richiede coraggio, ma è l’unica via per garantire che l’olio extra vergine continui a essere, non solo un pilastro dell’identità italiana, ma un asset economico solido e competitivo.



















