“Lo stop alle miscele d’olio? Un danno al Made in Italy”

Altragricoltura: "L'olio nazionale resta invenduto. E questa circolare ministeriale penalizzerà ancora di più olivicoltori e frantoiani del nostro paese"
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“Il problema dell’olivicoltore italiano non è la miscela. È l’olio invenduto ed è il fatto che non è tutelato né il lavoro degli olivicoltori né quello dei frantoiani italiani. Ed è con questa amara verità che si scontrano, ogni giorno, migliaia di produttori e frantoi cooperativi in tutta Italia”.

Così Angelo Distefano, segretario Fed.Agri.Co Altragricoltura commenta la circolare del Ministro Lollobrigida sullo stop alle miscele dell’olio per la classificazione dell’extravergine. E spiega in maniera articolata il suo perché!

“Il tavolo di crisi sull’olivicoltura – spiega – era nato con un mandato chiaro: dare risposte concrete e ossigeno a un settore schiacciato dai costi di produzione stellari e dalle tonnellate di giacenze delle scorse campagne. Com’è finita? Si è tradotto nell’ennesimo adempimento burocratico che rischia di disarmare il produttore italiano e spianare la strada ai giganti dell’importazione globale.

Lo “stop alle miscele”…  viene sbandierato dai palazzi della politica come una storica vittoria per il Made in Italy. Ma chi ha i piedi nella terra sa bene che siamo davanti a un provvedimento di facciata: rumoroso nella propaganda, debole sotto il profilo della stabilità giuridica, penalizzante per i piccoli e del tutto inutile contro i veri speculatori del mercato globale.

L’azione annunciata dal Ministero non aumenta di un euro il prezzo del nostro olio. Ha solo aumentato i nostri problemi”.

Affrontare l’ultimo anello della filiera invece del primo

Il peccato originale di questa circolare, secondo l’esponente di Altragricoltura è politico: affronta l’ultimo anello della filiera invece del primo. “La miscela non è la causa della crisi dell’olivicoltura italiana, piuttosto né è la conseguenza”.

“Le vere cause del collasso – aggiunge – sono altre: l’assenza di un reddito dignitoso per chi coltiva, il ricatto del sottocosto imposto dalla Grande Distribuzione Organizzata, le triangolazioni delle importazioni e, appunto, le tonnellate di olio invenduto che gravano sui bilanci delle nostre aziende agricole.

L’olio è un prodotto vivo. Anche quando è conservato con la massima cura, il naturale trascorrere dei mesi comporta una lenta e inesorabile evoluzione dei suoi parametri qualitativi. I profumi sfumano, i perossidi salgono, i polifenoli si riducono. Quel lotto prezioso che alla nascita era un extravergine eccellente, rischia col tempo di non rispettare più tutti i rigidissimi requisiti organolettici previsti per la categoria EVO.

Nella pratica di molti frantoi e secondo l’interpretazione finora seguita da molti operatori del settore, il buon senso e le regole offrivano una via d’uscita limpida: unire quella partita a un olio freschissimo e strutturato della nuova campagna, riequilibrando i parametri e ottenendo un lotto finale perfettamente conforme, sano e sicuro per il consumatore.

Con questa rigidità interpretativa… questo equilibrio salta. Quella partita residua perde la possibilità di essere utilizzata per ottenere, secondo l’orientamento della circolare, un lotto classificabile come extravergine. E visto che in Italia il mercato dell’olio vergine confezionato per il consumo diretto praticamente non esiste, i produttori saranno costretti a svendere il proprio lavoro a poco più di tre euro al litro per la raffinazione industriale, pur di non perdere tutto”.

Non abbiamo bisogno di scorciatoie, sottolinea Distefano: serve piuttosto che l’olio buono non venga trasformato in una perdita per colpa di una circolare.

La disparità competitiva sul mercato europeo

“La parte più critica di questo provvedimento è che la morsa rischia di stringersi solo sulle imprese nazionali. La circolare è un atto amministrativo nazionale, mentre il mercato dell’olio opera all’interno di un quadro regolatorio europeo. Sarà anche un provvedimento utile alla propaganda ma il Ministero ha valutato gli effetti per i nostri contadini e i nostri agricoltori artigianali?

Qualora la disciplina comune sulla commercializzazione venga applicata in modo non uniforme (e ovviamente sospettiamo che cosi sarà anche perchè il Ministero non ci ha dato alcuna garanzia del contrario), si creerà una disparità competitiva spaventosa. Se negli altri Paesi continuerà ad applicarsi il quadro europeo secondo l’interpretazione oggi prevalente, l’industria dell’imbottigliamento non subirà alcun danno: semplicemente, ridurrà i blend nei frantoi italiani e importerà cisterne di olio già miscelato e registrato all’origine come extravergine, piazzandolo nei nostri supermercati a prezzi stracciati.

I controlli e i blocchi sul portale SIAN colpiranno chi produce sul territorio, mentre i flussi di miscele estere continueranno a viaggiare indisturbati”.

La nostra proposta: valorizzare l’eccellenza
e i frantoiani e gli olivicoltori italiani

“Riteniamo che non sia restringendo il mercato dei piccoli con divieti burocratici che si difende il Made in Italy, ma creando valore reale per chi lavora bene. In questa direzione occorrerebbe:

Mantenere la classificazione europea dell’Extravergine come base comune, tutelando la flessibilità operativa necessaria alla gestione delle giacenze nei frantoi.
Istituire un Sistema nazionale volontario di valorizzazione della qualità superiore, con parametri pubblici estremamente rigorosi (acidità minima ridotta rispetto ai limiti UE, parametri di freschezza, alto livello di polifenoli e tracciabilità completa).

In questo modo non si creerebbero equivoci normativi con le categorie commerciali esistenti, ma si offre uno strumento concreto ai produttori per farsi riconoscere e remunerare un prezzo superiore per il loro lavoro migliore.

La qualità del nostro olio si difende sul serio solo riordinando la scala delle priorità: stroncando il sottocosto della GDO, pretendendo una trasparenza totale sull’origine in etichetta e garantendo un prezzo equo a chi coltiva. Non con interpretazioni amministrative che rischiano di soffocare le aziende agricole italiane a tutto vantaggio di chi opera sul mercato globale.

Soprattutto occorre ripartire non da qualche furberia merceologica, abbiamo, piuttosto, da ripartire con una azione che valorizza il ruolo, la funzione e il mestiere dei nostri olivicoltori e dei nostri maestri frantoiani perché siano messi in condizioni di giocare il ruolo di leaderhip che gli compete in un mediterraneo contadino che ha esportato in tutto il mondo la cultura olearia e che ora corre il rischio di soccombere di fronte alle manovre speculative che riducono l’olio all’ennesimo prodotto industriale massificato.

L’olio è stato storicamente uno dei pilastri della cultura culinaria del mediterraneo. Occorre scongiurare il processo che lo trasforma tout court come una qualsiasi merce industriale per investire sulle sue straordinarie e irripetibili qualità di alimento di territorio valorizzando e garantendo la funzione, il ruolo, il reddito degli olivicoltori e dei trasformatori artigianali

La Fed.Agri.CO (la Federazione Agricoltori e Contadini nella Confederazione Sindacale Altragricoltura per la Sovranità Alimentare, ha in campo un percorso su cui presto sarò convocata una riunione organizativa per dare vita, insieme alla CNA Agroalimentare della Confederazione Nazionale Artigiani (che in questi giorni sta proponendo proposte avanzate che ripartono dal ruolo dei Maestri Frantoiani) al progetto di una olivicoltura e una trasformazione artigianale in cui gli agricoltori e i frantoiani siano i veri garanti della qualità e della sicurezza dell’olio. Come abbiamo sempre fatto, le invieremo al Ministro ed alle Regioni”.

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Tags: altragricoltura, in evidenza, miscele, olio di oliva, olio extravergine

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