Comparto al collasso! Cisterne piena di olio italiano invenduto! Stato di calamità! Questi i titoli che leggiamo a inizio campagna 2026. Siamo semplicemente fuori mercato, perché ci ostiniamo a produrre un olio che il mercato cui ci riferiamo non assorbe, per prezzo e per qualità. Spagna e Portogallo hanno letto la situazione, studiato il mercato e, avendo spazio, prodotto nella direzione giusta per occuparlo, nel rispetto della regola di Michele Ferrero: “Il cliente è il Re!”, comanda chi compra, non chi produce. E il 90 per cento dei consumatori, che olio acquista?
Se noi conserviamo la ‘cenere’, senza innovare la nostra olivicoltura, la strada utile ad alimentare il ‘fuoco’ l’ha indicata la Spagna, dove oggi si produce a meno di due euro al chilo e si vende al doppio l’olio destinato al mercato di massa. L’olio italiano giace nelle cisterne perché il “100% italiano” sul mercato di massa non esiste, né per la quantità, né per la qualità, né per il prezzo. Pensare di fare concorrenza a Spagna e Portogallo è un suicidio economico e ambientale: non si vende olio e si abbandonano gli olivi. E a nulla serve alimentare la presenza dei nemici.
Servirebbe un piano olivicolo dedicato alle radici dell’olivo e non solo all’olio. Ma più che altro servirebbe un progetto di sviluppo della conoscenza rivolto ai giovani, andando oltre l’ostinazione – un’altra… – di chi vuole diffondere la cultura con l’analisi sensoriale e i bicchierini di plastica. Serve una scuola. Un programma di studio dettagliato, annuale, di Olivicoltura ed Elaiotecnica, negli Istituti Agrari, negli Alberghieri e nei Dipartimenti universitari. Una strada che ci farebbe capire qual è il nostro mercato. Unico al mondo per bellezza del paesaggio, qualità dell’olio e preparazione delle persone. Lì sì che troveremmo la giusta redditività. Alla resa dei conti, all’olivicoltura italiana non servono i tavoli ministeriali, ma i banchi di scuola.
Perché uno spazio reale il nostro mercato ce l’ha ed è quello dell’eccellenza qualitativa, che unita alla bellezza straordinaria del nostro paesaggio rende il Belpaese meta esclusiva di chi ama la qualità. Ma abbiamo perso di vista la salute e la vita dei nostri olivi, piante che non riescono più a fare tutto da sole. Olive raccolte da un olivo non assistito, non daranno mai un olio eccellente, che ci rende unici al mondo, intorno ai quali sviluppare la cultura dell’accoglienza negli olivicoltori, sviluppando concretamente il tanto sbandierato oleoturismo. Una soluzione ci sarebbe, irrealizzabile vista la nostra arretratezza: smettere di produrre olio per casa, lasciando gli olivi che abbiamo ereditato nella mani di olivicoltori contemporanei e preparati, in cambio del mantenimento del valore patrimoniale e paesaggistico.


















