di Andrea Capuzzo e Enzo Gambin
Tra i fitofagi dell’olivo, il fleotribo rimane uno dei più insidiosi: lavora nascosto nel legno, invisibile all’occhio dell’olivicoltore, ma capace, quando le condizioni lo favoriscono, di compromettere intere porzioni di chioma.

È uno scolitide minuscolo, appena due millimetri, ma la sua biologia lo rende un avversario sorprendentemente efficace: predilige il legno fresco, quello che la pianta produce nei momenti di vigore o che l’olivicoltore lascia a terra dopo la potatura. È proprio lì che la femmina scava la galleria materna, una piccola incisione che si apre in due direzioni e diventa il punto di partenza di decine di gallerie larvali.

Da quel reticolo nasce l’avvizzimento dei rametti fruttiferi, la perdita dei fiori, la caduta delle olive.
Il fleotribo è diffuso in tutto il Mediterraneo e non disdegna altri ospiti come oleandro e frassino, ma è nell’olivo che trova il suo equilibrio ecologico.
Le generazioni si susseguono tra primavera e fine estate – due, tre, talvolta quattro – e ogni ciclo si appoggia a un segnale preciso: l’odore del legno che emette etilene. I residui colturali, le cataste di legna d’olivo, i rametti indeboliti sono veri e propri fari chimici che guidano gli adulti verso i punti di ovideposizione.
È un comportamento studiato da diversi entomologi e spiega perché il parassita si concentri sempre dove il legno è più tenero, più fresco o più vulnerabile. L’etilene è un messaggio che la pianta emette quando qualcosa cambia: quando cresce, quando matura, quando soffre, quando viene ferita, quando muore. Nell’olivo questo segnale diventa particolarmente evidente nel legno fresco, nei residui di potatura, nei rametti indeboliti.

È proprio questo messaggio che il fleotribo intercetta con precisione sorprendente: le femmine pioniere non si affidano al caso, seguono una scia odorosa che indica “legno vulnerabile”.
Per comprendere meglio questo comportamento, negli anni sono stati condotti diversi studi utilizzando l’Ethrel, una formulazione commerciale dell’acido 2-cloroetilfosfonico (ethephon), un fitoregolatore che, una volta applicato, si degrada rilasciando etilene. In altre parole, simula esattamente la condizione che il fleotribo cerca.

Quando i ricercatori hanno trattato rami d’olivo con Ethrel, gli adulti emergenti si sono diretti verso quei punti come se fossero residui freschi di potatura. È stata una conferma di ciò che gli olivicoltori osservano da sempre: il fleotribo non attacca a caso, attacca dove la pianta “parla” di più. L’Ethrel non è un insetticida e non ha alcuna funzione di difesa: nel contesto del fleotribo è uno strumento di studio, utile per comprendere la risposta dell’insetto ai segnali volatili emessi dal legno. Le dosi riportate in etichetta riguardano esclusivamente la gestione della raccolta e non hanno alcuna valenza fitosanitaria.
In alcune prove sperimentali, trappole innescate con etilene hanno ridotto gli attacchi nelle aree protette, aprendo la strada a possibili strategie di monitoraggio o cattura massale basate su segnali volatili. È un campo di ricerca giovane ma promettente: usare il linguaggio della pianta per modulare il comportamento del parassita potrebbe aprire nuove strade nella gestione integrata.
Danni e sintomi: quando il fleotribo si manifesta

I danni, quando arrivano, sono evidenti: rametti che si afflosciano, foglie che ingialliscono, frutti che cadono prematuramente. Le gallerie di nutrizione interrompono la continuità dei tessuti e la pianta reagisce con un collasso localizzato. Le immagini del caso recentemente segnalato nel trevigiano mostrano adulti presenti sui rametti, ferite fresche e gallerie attive: un quadro tipico di infestazione in corso.
Esperienze agronomiche: il caso storico del dott. Alberton
Dal punto di vista della difesa chimica, è utile ricordare un’esperienza del passato documentata dal compianto dott. Giovanni Alberton, in una situazione di infestazione di media-grave severità, un trattamento sistemico a base di imidacloprid, all’epoca autorizzato in olivicoltura per la mosca, aveva mostrato una regressione significativa della popolazione di fleotribo.
Si trattava di un contesto normativo diverso dall’attuale e di una molecola oggi non più disponibile, ma l’osservazione rimane importante perché evidenzia come alcuni insetticidi sistemici possano interferire indirettamente con la dinamica del parassita quando applicati in presenza di infestazioni attive.
Il caso reale del produttore (estate 2026)
Il caso recentemente segnalato dal produttore conferma quanto la biologia del fleotribo sia legata alla vulnerabilità del legno. L’analisi dei rametti colpiti indica che l’inizio dell’infestazione risale ai primi di luglio e che al 25 agosto era ancora in corso. Le immagini mostrano adulti presenti, perforazioni fresche e gallerie attive: segni inequivocabili di una popolazione viva e operante.
Il produttore aveva effettuato circa 30 giorni prima un trattamento contro la mosca con acetamiprid (Epik), molecola sistemica oggi autorizzata.
La presenza di adulti e di nuove perforazioni, però, suggerisce che l’applicazione non abbia inciso in modo significativo sulla popolazione del fleotribo, coerentemente con il fatto che il parassita vive protetto nel legno e non nella drupa.
Il prossimo trattamento contro la mosca verrà eseguito con flupyradifurone (Sivanto Prime), anch’esso sistemico: sarà interessante valutare se, in questo caso, si osserverà un effetto indiretto sulla dinamica del parassita, come avvenuto in passato con altre molecole sistemiche. Si tratta comunque di osservazioni agronomiche, non di indicazioni operative.
La difesa oggi: agronomia, non chimica
Allo stato attuale, in assenza di formulati specifici registrati per fleotribo, la gestione rimane centrata sulle tecniche agronomiche: eliminare i rametti colpiti, rimuovere il legno indebolito, riportare la chioma in equilibrio.
Tra le pratiche più efficaci rimane quella dei “rami esca”, residui di potatura che formano fascine lasciate a terra per attirare gli adulti durante l’ovideposizione. È una tecnica coerente con la biologia del parassita; le fascine vanno però rimosse e bruciate entro fine aprile o inizio maggio, prima che gli adulti sfarfallino.
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