Irrigazione olivo: così l’acqua fa la differenza (e così danneggia)

Il cambiamento climatico rende l'irrigazione decisiva, ma gli eccessi favoriscono malattie e peggiorano la qualità dell'olio. La risposta è una gestione di precisione
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Le nuove proiezioni climatiche europee delineano un futuro caratterizzato da estati sempre più calde e prive di precipitazioni. alle sponde della Grecia fino ai nostri contesti regionali, la gestione dell’acqua in campagna non rappresenta più una semplice pratica da applicare al momento del bisogno per aumentare il raccolto, ma è diventata una scelta strategica fondamentale per la qualità finale dell’olio, per la difesa sanitaria delle piante e per la sopravvivenza stessa degli oliveti.

Un recente dibattito sollevato in Grecia, terra simbolo dell’olivicoltura mediterranea, ha riportato d’attualità una domanda all’apparenza semplice: l’irrigazione dell’olivo fa sempre bene alla produzione o rischia, in certi casi, di danneggiarla?

La risposta non è banale, sebbene l’olivo sia un albero storicamente rustico e capace di resistere a lunghe periodi di siccità, l’olivicoltura moderna, con sesti di impianto più fitti e di fronte a un clima in rapido mutamento, rende la disponibilità idrica un fattore decisivo. L’acqua non può però essere somministrata in modo casuale o abbondante.

Fornire troppa acqua o farlo nei momenti sbagliati finisce per penalizzare sia la salute del terreno sia le caratteristiche sensoriali dell’olio extra vergine d’oliva.

A confermare la necessità di una gestione razionale della risorsa idrica intervengono i più recenti dati scientifici pubblicati sulla rivista Environmental Research Letters da un gruppo di ricerca guidato da Eugenio Straffelini, Paolo Tarolli e altri dell’Università degli Studi di Padova. Attraverso l’uso di sofisticati modelli matematici (chiamati CMIP6), che rappresentano l’ultima generazione di simulazioni per comprendere come cambierà il clima terrestre, gli esperti hanno analizzato uno scenario ad alte emissioni di gas serra (denominato SSP5-8.5) che ipotizza il proseguimento dell’attuale trend di riscaldamento globale.

I risultati tracciano un quadro chiaro delle sfide che attendono l’olivicoltura nei prossimi decenni.

Il primo elemento di forte impatto riguarda l’aumento vertiginoso delle giornate caratterizzate da caldo estremo e assenza di piogge (definite in ambito scientifico come Hot Dry Days), ossia giornate calde e secche con temperature che superano i trentacinque gradi centigradi. Se in passato queste giornate si verificavano mediamente dieci volte all’anno a livello europeo, a metà di questo secolo si stima che diventeranno più di ventiquattro, per superare addirittura la quota di settanta giorni all’anno verso la fine del secolo.

Una simile combinazione di calore e aridità aumenta il rischio che le piante entrino in uno stato di arresto vegetativo e subiscano uno stress ossidativo tale da compromettere le olive.

Di fronte a questo scenario, l’irrigazione di soccorso, l’uso di prodotti naturali rinfrescanti come il caolino per proteggere le chiome e la copertura erbosa del suolo diventano strumenti irrinunciabili.

Allo stesso tempo, gli inverni mostrano una tendenza a diventare sempre più miti, determinando una drastica riduzione dei cosiddetti Chill Days, ovvero i giorni di freddo in cui le temperature minime oscillano tra lo zero e i sette gradi, e la quasi completa scomparsa delle gelate invernali.

L’olivo ha tuttavia bisogno di accumulare un certo numero di ore di freddo, noto come fabbisogno in freddo o chilling requirement, per uscire dal periodo di riposo invernale, la dormienza. Senza questo freddo utile, la pianta rischia di germogliare in modo disordinato, di ritardare la fioritura e di ridurre la percentuale di frutti che riescono ad allegare, ossia a trasformarsi da fiore in piccola oliva.

Questa dinamica richiederà una profonda riflessione sulla scelta delle varietà da piantare in futuro e su una possibile revisione dei disciplinari per le produzioni a denominazione di origine protetta.

Un ulteriore fattore di trasformazione riguarda la mosca dell’olivo, il principale parassita della coltura. Lo studio ha analizzato i Warm Humid Days, cioè i giorni caldo-umidi in cui le temperature si mantengono tra i sette gradi e mezzo e i trentadue gradi con un’umidità compresa tra il cinquantacinque e il settantacinque per cento, condizioni ideali per la riproduzione dell’insetto.

Se da un lato i picchi di calore estivo sopra i trentadue gradi agiranno come una sorta di insetticida naturale, bloccando lo sviluppo della mosca nei mesi di luglio e agosto, dall’altro la finestra di rischio per l’attacco dei frutti si sposterà ed estenderà verso la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, richiedendo un monitoraggio continuo e capillare del microclima in campo.

Per gestire al meglio l’acqua, è fondamentale conoscere la fisiologia dell’albero e individuare i tre momenti critici in cui lo stress idrico rischia di compromettere irreparabilmente il raccolto.

Il primo momento si colloca tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, durante la differenziazione delle gemme, fase che stabilisce il numero potenziale di fiori. Il secondo momento coincide con la fioritura e la successiva allegagione in primavera, dove la mancanza d’acqua provoca l’aborto dei fiori e la loro caduta. Il terzo momento cruciale si verifica in tarda estate e all’inizio dell’autunno, durante la crescita dell’oliva e la fase di inolizione, ossia il processo fisiologico attraverso il quale la pianta accumula l’olio all’interno delle cellule della polpa.

Un’irrigazione ben tarata in queste fasi consente di ridurre la caduta prematura delle olive e di aumentare in modo significativo la resa finale di olio per ettaro.

Al contrario, uno degli errori più comuni commessi in campagna è credere che fornire acqua in abbondanza porti sempre benefici. Un eccesso d’acqua genera dei problemi come uno stato temporaneo d’asfissia delle radici, creando l’ambiente ideale per lo sviluppo di funghi e patogeni ipogei.

Un apporto idrico sproporzionato potrebbe attuare una maggiore idratazione della drupa e una diluizione dei polifenoli, preziosi composti antiossidanti naturali responsabili sia della stabilità nel tempo dell’olio sia delle sue caratteristiche note di amaro e piccante.

Infine, un’oliva troppo rigonfia d’acqua non accumula una maggiore quantità di olio, ma appesantisce inutilmente i costi della lavorazione in frantoio e la gestione dei sottoprodotti liquidi.

Per superare questi limiti, la moderna tecnica agronomica offre oggi soluzioni di grande efficacia. Tra queste spicca l’irrigazione a deficit controllato, indicata dagli esperti con la sigla RDI (Regulated Deficit Irrigation).

Questa strategia consiste nel ridurre l’apporto d’acqua anche del 30 o 35% durante le fasi fenologiche in cui l’olivo è meno sensibile alla siccità, come il periodo di indurimento del nocciolo, per poi concentrare la risorsa idrica solo nei momenti di massima necessità. I risultati dimostrano che è possibile risparmiare grandi volumi d’acqua garantendo al contempo raccolti eccellenti e un’elevata qualità dell’olio.

Questa gestione mirata trova la sua massima espressione nell’impiego delle nuove tecnologie digitali e nei progetti di ricerca applicata sul territorio, come il progetto Oliveto-Smart, un’iniziativa finanziata dalla Regione Veneto che mette in rete università, tecnici di campo, consorzi e aziende agricole per trasformare le scoperte scientifiche in strumenti pratici per gli agricoltori. All’interno di Oliveto-Smart, l’irrigazione a goccia tradizionale si evolve grazie all’uso combinato di strumenti avanzati. In campo vengono installate stazioni meteorologiche e sonde capacitive che misurano l’umidità del terreno a diverse profondità. A questi dati si affiancano i rilievi effettuati da droni e satelliti dotati di sensori multispettrali, in grado di analizzare la luce riflessa dalle foglie e individuare lo stato di vigore e di stress idrico della chioma. Tutte queste informazioni alimentano speciali algoritmi e sistemi digitali di supporto alle decisioni, chiamati DSS (Decision Support System), che calcolano il reale fabbisogno idrico della pianta e indicano all’agricoltore esattamente quando e quanto irrigare.

Accanto alla tecnologia, il progetto valorizza la gestione sostenibile del suolo attraverso la semina di miscugli di erbe autoctone e ricche di fiori nettariferi tra i filari. L’inerbimento controllato migliora la struttura del terreno, riduce l’evaporazione dell’acqua e aumenta la capacità del suolo di trattenere l’umidità, offrendo allo stesso tempo rifugio e nutrimento alle api e agli insetti utili che proteggono l’oliveto dai parassiti.

In conclusione, l’irrigazione dell’olivo non può più essere considerata un intervento d’emergenza da improvvisare nei periodi di grande caldo, né tantomeno una pratica da eseguire in modo meccanico e uniforme. È diventata una vera e propria disciplina scientifica di precisione. Imparare a interpretare la fisiologia dell’albero, conoscere le dinamiche climatiche locali e avvalersi delle moderne tecnologie di monitoraggio rappresentano l’unica strada percorribile per tutelare il paesaggio olivicolo, difendere la produzione delle nostre denominazioni d’origine e garantire, anche per il futuro, l’eccellenza dell’olio extra vergine d’oliva.

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Tags: acqua oliveto, in evidenza, irrigazione oliveto, olivicoltura, stress idrico

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