Se l’invasione di olio d’oliva tunisino continua a esercitare una forte pressione ribassista dei prezzi sul nostro mercato interno, con l’olio nazionale che resta invenduto a riempire le cisterne di frantoi e cooperative, notizie non migliori per l’Italia giungono anche da oltre oceano. Il paese nordafricano sta infatti conquistando a passi da gigante il mercato degli Stati Uniti, uno sbocco commerciale storicamente dominato proprio dall’Italia oltre che dalla Spagna.
I dati del sorpasso americano
A denunciare la “colonizzazione” dell’olio tunisino nel mercato a stelle e strisce è il quotidiano spagnolo Olimerca, che ovviamente mette in luce il fatto che tale questione interessa da vicino anche il settore oleario iberico. Secondo l’ultimo report del governo statunitense sui primi otto mesi del 2026 (gennaio-agosto), le importazioni complessive negli USA sono scese del 7%, attestandosi a 291.542 tonnellate. Ma a fare davvero scalpore è la ridistribuzione delle quote di mercato:
- Tunisia: con ben 95.321 tonnellate esportate verso gli USA e un balzo record del +45,4%, si attesta come primo fornitore del mercato americano;
- Spagna: scivola al secondo posto con 90.556 tonnellate (subendo un crollo del -22%);
- Italia: retrocede con appena 67.000 tonnellate circa, registrando un pesante calo del -24%.
Cifre che certificano una vera e propria disfatta per il Made in Italy, superato da strategie d’attacco basate su prezzi aggressivi e costi di produzione decisamente più bassi, oltre che dall’effetto dazi che pesano, e non poco, per i prodotti europei.
L’assurdo paradosso delle politiche europee
La situazione attuale evidenzia Olimerca, mette in luce il cortocircuito delle politiche di gestione del mercato. Mentre da Paesi terzi arrivano volumi sempre più ingenti spinti da prezzi stracciati, in Europa si discute di ritirare dal mercato ingenti quantitativi di prodotto per far risalire artificialmente i listini. Una contraddizione evidente su cui è bene aprire una riflessione.



















