La rogna dell’olivo, causata dal batterio Pseudomonas savastanoi, è sempre stata descritta come una malattia “da umidità”, favorita da piogge, ferite e temperature miti comprese tra 18 e 25 °C. Negli ultimi anni, con l’aumento delle ondate di calore e delle notti tropicali, il comportamento del patogeno e dell’olivo sta cambiando.
Non siamo più di fronte alla rogna che conoscevamo, oggi la malattia risponde a dinamiche nuove, più rapide, più intermittenti e legate allo stress termico.
Il caldo estremo
Le evidenze scientifiche più recenti mostrano che Pseudomonas savastanoi non viene eliminato dal caldo estremo.
Studi condotti su ceppi mediterranei del batterio (Sisto et al., 2019; Quesada et al., 2021) dimostrano che la sua sopravvivenza sopra rami e rametti rimane elevata anche dopo esposizioni prolungate a 35–38 °C, purché sia presente un minimo di umidità superficiale. Il caldo non sterilizza la pianta, sospende temporaneamente l’attività del batterio, che rimane annidato nelle galle e sulle superfici vegetali in forma quiescente. Quando arriva un temporale estivo, una grandinata o un periodo umido, l’inoculo si riattiva improvvisamente, spesso con una carica più alta, perché le galle essiccate rilasciano cellule batteriche appena si reidratano.
Le microferite da caldo
Il cambiamento climatico introduce un secondo elemento critico, le microferite da caldo. Temperature superiori ai 38–40 °C provocano microfessurazioni della corteccia, necrosi puntiformi dei tessuti giovani e rotture dei peli epidermici. Sono lesioni invisibili a occhio nudo, ma perfette per l’ingresso del patogeno; ricerche condotte su olivo e altre specie legnose (Martínez-Esplá et al., 2020; Ben Ahmed et al., 2022) mostrano che lo stress termico riduce la stabilità delle membrane cellulari e aumenta la permeabilità dei tessuti, rendendo la pianta più vulnerabile alle infezioni batteriche.
In passato la rogna era legata a ferite evidenti, come potatura, grandine, raccolta delle olive con agevolatori, mentre oggi il caldo estremo genera migliaia di microlesioni che aprono la porta al batterio anche in assenza di eventi traumatici.
Le notti tropicali
Un terzo fattore è rappresentato dalle notti tropicali, temperature minime superiori ai 22–24 °C impediscono la disidratazione delle superfici vegetali e rallentano la chiusura fisiologica delle ferite. Studi sulla fisiologia epifitica dei Pseudomonas (Hirano & Upper, 2000; Monier & Lindow, 2003) dimostrano che l’umidità notturna è il principale fattore che consente la sopravvivenza dei batteri sulle foglie.
Con notti calde e umide, la carica batterica non diminuisce come avveniva in passato, e la finestra infettiva si allunga. Le grandinate estive, più frequenti e più violente a causa dell’instabilità atmosferica, rappresentano un ulteriore amplificatore. Le ferite fresche, combinate con la riattivazione del batterio dopo la pioggia, generano infezioni rapide e diffuse.
La raccolta anticipata
Anche la gestione agronomica risente del nuovo clima: la raccolta anticipata, sempre più comune negli impianti intensivi, avviene quando lo strato di abscissione non è ancora formato e i tessuti sono indeboliti dallo stress termico.
Gli scuotitori provocano molte più lesioni rispetto al passato, aumentando il rischio di infezione se il batterio è presente.
Le cultivar vigorose, come Arbequina, Koroneiki, FS-17 o Nocellara Messinese, mostrano oggi una maggiore suscettibilità non per debolezza genetica, ma perché la loro elevata crescita vegetativa, combinata con il caldo, produce tessuti più teneri e chiome più umide, condizioni ideali per l’ingresso del patogeno. Al contrario, cultivar come Leccino o Leccio del Corno mantengono una risposta più contenuta, pur senza essere immuni.
In questo scenario, la rogna dell’olivo non può più essere considerata una malattia “da inverno umido”, è diventata una patologia da stress estivo, da microferite, da umidità improvvisa.
Difesa e prevenzione
Il rame resta fondamentale, ma oggi deve essere usato con precisione, intervenendo solo sulle ferite fresche e nei momenti di reale rischio. Lo zinco, pur non essendo un antibatterico, contribuisce alla stabilità delle membrane e alla lignificazione, riducendo la vulnerabilità dei tessuti. I corroboranti, come il distillato di legno, mostrano potenzialità nel contenere la carica microbica superficiale, anche se servono ulteriori conferme sperimentali.
La prevenzione moderna non consiste nel “combattere il batterio”, ma nel proteggere la pianta nei momenti critici, ridurre gli stress meccanici, gestire la chioma per favorire l’arieggiamento e mantenere l’equilibrio biologico dell’oliveto. La rogna non si elimina, si governa, e la sua gestione richiede una visione integrata capace di tenere insieme genetica, ambiente, fisiologia e tecnica colturale.
Direttore AIPO
Associazione Interregionale
Produttori Olivicoli



















