Dalla tutela degli olivi secolari all’agricoltura di precisione, passando per la gestione dell’acqua e del suolo. Ne parliamo con l’agronomo Thomas Vatrano, PhD, autore del volume dedicato agli effetti dei cambiamenti climatici sull’olivicoltura italiana e alle strategie di mitigazione.

Dottor Vatrano, l’olivo è da sempre considerato una specie resistente alla siccità. Possiamo ancora ritenerlo tale?
“Certamente, l’olivo possiede straordinarie capacità di adattamento agli ambienti mediterranei. Tuttavia, bisogna distinguere la sopravvivenza della pianta dalla sua capacità produttiva. Durante eventi siccitosi particolarmente intensi, l’olivo può sacrificare parte della produzione, anche attraverso la cascola delle drupe, per preservare le proprie funzioni vitali. Questo significa che una pianta può sopravvivere, ma l’imprenditore agricolo può perdere buona parte del reddito. Oggi il problema non è soltanto l’intensità degli eventi climatici estremi, ma anche la frequenza con cui si manifestano.”
Lei sostiene spesso l’importanza di tutelare gli olivi monumentali e gli oliveti storici. Quale valore possono avere nell’attuale scenario climatico?
“Rappresentano un patrimonio genetico, ambientale e culturale di inestimabile valore. Pensiamo agli olivi del Mezzogiorno che continuano a produrre dopo diversi secoli: sono testimonianze viventi di adattamento alle condizioni ambientali del territorio. Questo non significa che siano immuni ai cambiamenti climatici, ma che meritano particolare attenzione anche sotto il profilo scientifico. Dobbiamo tutelarli senza trasformarli in semplici monumenti: occorre renderne sostenibile la coltivazione, favorendo una gestione razionale e garantendo redditività agli agricoltori.”
In questo contesto, quale contributo può offrire l’agricoltura di precisione?
“Un contributo determinante. Attraverso droni multispettrali, indici vegetativi come NDVI, NDRE e GNDVI, biosensori e sistemi di supporto alle decisioni possiamo individuare precocemente situazioni di stress e orientare gli interventi agronomici. Particolarmente interessante è l’evoluzione dei sensori elettrochimici, capaci di fornire informazioni sui processi fisiologici della pianta attraverso l’analisi di specifici parametri della linfa. La tecnologia non sostituisce l’agronomo, ma ne potenzia la capacità di osservazione e interpretazione”.
Il cambiamento climatico sta modificando anche la diffusione delle principali avversità dell’olivo?
“Sì. Temperature, precipitazioni e umidità influenzano i cicli biologici degli insetti e le condizioni favorevoli allo sviluppo dei patogeni. Pensiamo alla mosca dell’olivo: temperature molto elevate possono limitarne temporaneamente l’attività, ma un successivo abbassamento termico può ripristinare condizioni favorevoli. Occorre abbandonare progressivamente una difesa basata esclusivamente sul calendario e privilegiare monitoraggi, modelli previsionali e strategie integrate”.
Quanto incidono le nuove condizioni climatiche sulla qualità dell’olio extravergine?
“La qualità dipende dall’interazione tra cultivar, ambiente, pratiche agronomiche, maturazione e trasformazione. Gli stress termici e idrici possono modificare l’accumulo dell’olio e la composizione delle drupe, con effetti diversi a seconda della varietà e dell’intensità dello stress. Non possiamo affermare che la siccità migliori o peggiori sempre la qualità. È fondamentale conoscere le risposte delle cultivar e programmare la raccolta sulla base di valutazioni agronomiche e qualitative”.
Quanto è importante oggi la gestione del suolo per contrastare gli effetti della siccità?
“È fondamentale, e spesso viene sottovalutata. Un suolo ricco di sostanza organica e biologicamente attivo presenta generalmente migliori condizioni strutturali e una maggiore capacità di trattenere acqua. Dobbiamo incentivare pratiche conservative, inerbimenti gestiti razionalmente, apporti organici e interventi che limitino erosione e degradazione. Nei nostri oliveti collinari, la tutela del suolo è una priorità agronomica oltre che ambientale”.
L’irrigazione diventerà indispensabile anche negli oliveti tradizionalmente coltivati in asciutto?
“In molti contesti sarà necessario valutare forme di irrigazione di soccorso, soprattutto durante le fasi fenologiche più sensibili. Naturalmente non possiamo immaginare di irrigare indiscriminatamente tutti gli oliveti, anche per la crescente scarsità della risorsa idrica. Servono strategie basate sulle caratteristiche del suolo, sulle condizioni meteorologiche e sul reale stato fisiologico delle piante. L’obiettivo deve essere utilizzare meno acqua possibile, ma nel momento in cui può produrre il maggiore beneficio”.
Guardando al futuro, quale modello di olivicoltura ritiene più adatto al Mediterraneo?
“Non credo esista un modello unico applicabile a tutti i territori. Dobbiamo certamente innovare, ma senza perdere la nostra identità varietale e paesaggistica. L’olivicoltura collinare ed eroica merita investimenti, ricerca e sostegno economico. La straordinaria biodiversità italiana, e in particolare quella calabrese, rappresenta una risorsa strategica che dobbiamo studiare e valorizzare. Non possiamo competere soltanto sui volumi produttivi: dobbiamo puntare sulla qualità, sulla sostenibilità e sulla riconoscibilità dei nostri oli. La sfida non consiste semplicemente nel dimostrare che l’olivo resiste alla siccità, ma nel creare le condizioni affinché continui a produrre reddito, custodire il paesaggio e tutelare la biodiversità”.


















