Le operazioni di raccolta delle olive sono ormai entrate nel vivo in tutti gli areali olivicoli italiani. L’impiego della meccanizzazione agevolata – dai tradizionali abbacchiatori e pettini elettromeccanici o pneumatici fino agli scuotitori e alle macchine semoventi – rappresenta ormai una scelta imprescindibile per contenere i costi e garantire una raccolta tempestiva.
Queste tecnologie, tuttavia, comportano inevitabilmente il distacco di una quota variabile di foglie, piccioli e piccoli frammenti di rametti che finiscono nelle cassette o nei bins insieme alle olive.
Se in passato la presenza di foglie era spesso associata all’idea di un prodotto fresco e appena raccolto, oggi la moderna tecnologia estrattiva e le conoscenze legate all’analisi sensoriale suggeriscono una valutazione più attenta.
Quale impatto hanno realmente foglie e rametti sulla qualità dell’olio e sull’efficienza della lavorazione?
L’effetto chimico e organolettico
La presenza di materiale fogliare nella massa da molire può influenzare le caratteristiche dell’olio extra vergine, ma gli effetti dipendono soprattutto dalla quantità presente. Piccole quantità residue di foglie fresche generalmente non determinano effetti negativi apprezzabili e possono contribuire ad accentuare alcune sensazioni vegetali e verdi percepite nell’olio appena estratto.
Durante la frangitura, i tessuti fogliari rilasciano pigmenti come clorofille e feofitine che conferiscono all’olio il caratteristico colore verde intenso tipico dei primi oli di campagna.
Le foglie possono, inoltre, modificare il profilo aromatico complessivo dell’olio, accentuando alcune sensazioni vegetali. Occorre ricordare che le tipiche note positive di erba tagliata, carciofo e mandorla verde derivano principalmente dalle reazioni enzimatiche, che coinvolgono la drupa durante la frangitura e non dalla presenza delle foglie.
Quando le foglie diventano troppe
Quando la presenza di foglie e piccoli rametti diventa significativa, gli effetti indesiderati tendono a prevalere sui possibili benefici. Le foglie dell’olivo sono particolarmente ricche di composti fenolici, soprattutto oleuropeina e derivati correlati.
La molitura di masse eccessivamente contaminate da materiale fogliare può determinare un aumento di composti fenolici provenienti dai tessuti vegetali, alterando l’equilibrio sensoriale dell’olio e accentuando amaro e astringenza. In questi casi il profilo organolettico può risultare meno armonico, con sensazioni vegetali più marcate, talvolta accompagnate da note legnose, poco gradevoli.
Il caso delle clorofille
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il comportamento delle clorofille. Questi pigmenti conferiscono all’olio un colore verde brillante che molti consumatori associano istintivamente a una qualità superiore. In realtà il colore rappresenta un indicatore limitato del valore reale di un extra vergine.
Le clorofille svolgono, infatti, un comportamento duale, in assenza di luce possono contribuire alla stabilità dell’olio, mentre in presenza di luce diventano promotori dei fenomeni di foto-ossidazione.
Di conseguenza, un olio particolarmente ricco di pigmenti clorofilliani e conservato in contenitori trasparenti o esposto alla luce può andare incontro a un più rapido decadimento qualitativo, con comparsa anticipata di difetti ossidativi.
L’impatto sulla tecnologia estrattiva
Oltre agli aspetti sensoriali, una presenza eccessiva di foglie e rametti può influenzare anche il funzionamento della linea di estrazione. La presenza di materiale fibroso aumenta il lavoro meccanico richiesto ai frangitori e può accelerare l’usura degli organi di rottura, inoltre può incrementare il fabbisogno energetico della frangitura e ridurre l’efficienza complessiva della lavorazione.
La matrice fogliare tritata tende, infatti, a trattenere una parte dell’olio per effetto capillare durante la gramolazione, contribuendo a piccole perdite di resa.
Anche il sistema di lavaggio può risentire di quantità elevate di foglie e rametti, che possono portare a sovraccaricare i circuiti di ricircolo dell’acqua e a ridurre l’efficacia della pulizia delle olive.
La defogliazione
Alla luce di queste considerazioni, il passaggio attraverso la defoliatrice non rappresenta una semplice operazione di pulizia, ma una fase determinante per la qualità finale dell’olio e per l’efficienza della lavorazione.
L’obiettivo non è conservare una determinata quantità di foglie nella massa, ma eliminarne il più possibile attraverso una corretta defogliazione.
Eventuali tracce residue non rappresentano generalmente un problema, mentre accumuli significativi possono influire sia sulla qualità dell’olio sia sulle prestazioni dell’impianto.
Per ottenere il migliore risultato è utile agire nell’oliveto regolando correttamente la frequenza di battuta degli abbacchiatori, così da limitare l’eccessivo distacco di foglie e la rottura dei rametti dell’anno, che rappresentano una componente essenziale della futura superficie produttiva.
In frantoio è altrettanto importante calibrare correttamente il flusso d’aria della defoliatrice in funzione della cultivar e delle condizioni del raccolto, evitando che foglie umide o appesantite dalla rugiada sfuggano al sistema di aspirazione.
Conclusioni
La qualità di un olio extra vergine non dipende soltanto dall’epoca di raccolta o dalla rapidità di trasformazione, ma anche dall’attenzione prestata a dettagli apparentemente secondari.
La raccolta meccanizzata rappresenta oggi una risorsa indispensabile per l’olivicoltura moderna, ma il materiale vegetale che accompagna le olive non deve essere sottovalutato. Una corretta defogliazione consente di preservare l’equilibrio sensoriale dell’olio, migliorare l’efficienza della lavorazione e ridurre il rischio di problemi tecnologici lungo tutta la linea di estrazione.
Direttore AIPO
Associazione Interregionale
Produttori Olivicoli

















