Pannelli: “Una via d’uscita al fallimento dell’olivicoltura”

Gli impianti tradizionali intensivi come risposta economica e ambientale
Economia
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“È la certificazione di un fallimento su tutte le linee ed a tutti i livelli”. Impietoso il giudizio di Giorgio Pannelli (nella foto), divulgatore scientifico del settore olivicolo-oleario, alla lettura del 7° Censimento dell’Agricoltura che certifica l’olivicoltura italiana sotto la soglia psicologica di un milione di ettari: esattamente 994.318 rispetto a 1.123.330 di dieci anni fa (-11,5%).
Giorgio Pannelli, come si spiega questa ulteriore riduzione di oliveti nell’ultimo decennio?
“Non si tratta di espianto, è semplicemente abbandono. L’abbandono è la conseguenza del mancato reddito. E il mancato reddito è conseguente alla mancata valorizzazione dell’olio e della mancata razionalizzazione delle pratiche colturali. Non serve un esperto per capire che il declino del settore, in assenza di interventi a difesa, è destinato ad aumentare; serve un esame di coscienza a tutti i livelli per decidere se, ed eventualmente come, salvare un settore strategico sotto molteplici aspetti: economico, sociale, culturale, ambientale”.
Quale strada intraprendere?
“Secondo molti degli addetti ai lavori la soluzione sarebbe nell’incremento della densità di piantagione di vecchi e nuovi oliveti fino a 4-5 volte quella tradizionale (olivicoltura superintensiva), così come appare evidente osservando le ultime iniziative culturali del mondo Accademico e gli ultimi bandi Istituzionali a sostegno del rinnovo del settore. Una eccessiva densità di piantagione degli oliveti comporta, però, un uso eccessivo di risorse naturali in via di esaurimento, rendendo necessari interventi esterni a sostegno quanto mai costosi in termini economici ed ambientali”.
Dunque?
“Dunque l’alternativa è prendere atto del grande deficit produttivo rispetto al consumo interno di olio, riconoscere la multifunzionalità dell’olivo e stimolare le piantagione di nuovi oliveti tradizionali intensivi con varietà locali portatrici di notevole compatibilità ambientale che, integrati a quelli già esistenti, potrebbero rappresentare un sistema capace di salvaguardare tutti i suddetti aspetti interessati all’olivicoltura, a partire da quello di una piena sostenibilità economica dell’impresa agricola.
Tra i molteplici aspetti sottolineo il valore ambientale di una olivicoltura tradizionale intensiva che, a differenza di superintensiva, ha la capacità di stoccare il carbonio in piante in attiva crescita per un lungo periodo di tempo ed in oliveti dove praticare una gestione sostenibile del terreno. Alla luce degli evidenti cambiamenti climatici questo rappresenta un tassello fondamentale della multifunzionalità dell’olivo: un’attività strategica per sottrarre carbonio dall’atmosfera e collocarlo nel legno delle piante e nell’humus del terreno.
La olivicoltura nazionale assumerebbe, quindi, un ruolo strategico e lungimirante nella mitigazione dei cambiamenti climatici e nel miglioramento della fertilità naturale dei terreni, che dovrebbe essere condiviso dalle Autorità competenti. Non ci sarebbe nulla di sbagliato nel finanziare un ulteriore milione di ettari in olivicoltura tradizionale intensiva offrendo, in questo modo sì, l’aspettativa di un futuro migliore al settore olivicolo ed all’ambiente che lo ospita, nell’interesse della collettività presente e futura”.

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